[MOVIES] Alice In Wonderland: recensione

•16 luglio 2010 • Lascia un commento

Alice + Burton = capolavoro? Nì. Anzi No. Stavolta il buon Tim toppa. Eppure il sostrato narrativo sembrava ideale per sfoderare la prodigiosa immaginazione del papà di Edward Mani di Forbice, e senza dubbio i primi screen, con Depp e la Bonham Carter da antologia, avevano fatto intuire che il film fosse diretto proprio in quella direzione.
Al contrario, come successe per Il Pianeta delle Scimmie, Burton risulta deludente, quasi avesse girato questa re-interpretazione di Alice Nel Paese Delle Meraviglie più per esigenze di tasca che di cuore o cervello. Un film su commissione per Disney? Probabilmente si, ma questo in passato non aveva certo limitato il genio di Burbank (Batman non era forse un blockbuster su commissione?)

Qui invece ci troviamo di fronte ad un film fondamentalmente stanco. Interessante solo dal punto di vista estetico (d’altronde parliamo pur sempre di Burton, nonostante i detrattori ci vedano quel manierismo per loro insopportabile) ma poco altro. Non un segno di inventiva, non una trovata che ricordi il talento infuso a profusione in altre sue opere. Forse dopo tanti anni di (meraviglioso) cinema il buon Tim non ha più l’urgenza di dare forma alle sue fantasie, di contaminare le immagini con la sua poetica freak, ed è entrato in una fase più tranquilla e omologata della carriera. D’altronde succede a molti altri registi, come Spielberg o Scorsese.

Rimane sempre un po’ di amaro di bocca, perchè dai fuoriclasse ti aspetti sempre l’emozione, la sorpresa, il film che si stampa indelebile nella memoria e ti ricorda perchè ami tanto quel suo modo di fare cinema. Però stavolta non succede, anzi, ci scappa pure che si esca dalla sala un filino annoiati. Un film di quelli che alla critica piace definire minore. Chiamamolo così anche noi.
Ti aspettiamo alla prossima Tim, convinti che tu abbia ancora qualcosa da dire. E se non è così, grazie per tutto quello che ci hai dato in questi anni. Ma i saluti d’addio, ora come ora sembrano davvero troppo esagerati. Magari si tratta solo di un film distratto.

[TV-Series] Six Feet Under: recensione

•13 luglio 2010 • Lascia un commento

James Hillman scriveva: “Sempre l’esame accurato della vita comporta riflessioni sulla morte, sempre, il confrontarsi con la realtà significa guardare in faccia la mortalità. Non veniamo mai alle prese fino in fondo con la vita finchè non siamo disposti a cimentarci con la morte”.
Nessun epitaffio(!) potrebbe sposarsi(!!) meglio per la serie scritta dal mai troppo lodato Alan Ball, autore (ma c’è qualcuno che ancora non lo sa?) del mai troppo lodato American Beauty. Six Feet Under, a memoria, è la riflessione più lucida, tragica, buffa e intelligente sulla mortalità, e su ciò che la morte incute agli uomini: paura, speranza, dolore, amore.

E come ben scriveva Hillman, l’impresa funebre Fisher & Figli è luogo in cui la morte diventa centro nevralgico per osservare la vita, una lente d’ingrandimento che costringe i personaggi a guardare dentro loro stessi. Perchè, è la Morte stessa la risposta ad ogni cosa, sorta di (tra)passo che rende onniscienti e si colloca al di là di tutto ciò che nel mondo rappresenta il bene e il male.
Ogni episodio si apre con una perdita. E ogni volta la morte diventa occasione di riflessione, di crescita, di apprendimento e trasformazione. Come già aveva dimostrato in American Beauty (film raccontato dal punto di vista del protagonista morto) Alan Ball lascia che siano i defunti a guidare i vivi. Spesso i personaggi trapassati appaiono ai protagonisti della serie, e li invitano a riflettere, a scegliere, a scontrarsi con le proprie incertezze, quasi che i dubbi fossero solo di questo mondo, di questa realtà, e il trapasso invece il superamento di quegli stessi dubbi e di tutte le fobie che minano la vita.

Six Feet Under è opera profonda che lavora su più livelli, anche quando lo svolgersi della trama appare semplice ed elementare. E’ complesso proprio in virtù del fatto che è la complessità della vita che cerca di mostrare, senza artifizi cinematografici. E ci riesce come poche altre opere di finzione hanno saputo fare. L’umanità (e disumanità) di tanti personaggi sono rese con tocco quasi miracoloso: per onestà e purezza di sguardo, quale che sia la condizione dei protagonisti, viene sempre raccontata con sincera emozione, lasciando che sia la sua storia a parlare, e non costringendo alla finzione scenica delle improbabili caratterizzazioni.
Tanti sono i temi toccati oltre a quello della morte, alcuni anche molto controversi (come l’omosessualità o l’insanità mentale) eppure tutti sono raccontati con maturità; non certo privandosi dell’umorismo (spesso nero) ma mai mancando di rispetto.

E la (grande) abilità narrativa, è ulteriormente dimostrata dal fatto che ogni stagione amplifica e sviluppa le tematiche della precedente, ma non appare mai come un allungamento. Non esistono involuzioni, storie che si ripetono, deplorevoli e mortificanti riempitivi scritti solo per far proseguire la serie. Six Feet Under dura esattamente quanto ha voluto il suo autore, che ha scelto, nonostante i buoni ascolti, di chiudere lo spettacolo alla quinta stagione, nel momento in cui ha ritenuto di avere espresso tutto ciò che desiderava con quei personaggi e quella storia. E la conclusione, credete, è una delle più incredibili, sofferte, emozionanti chiusure di serie di ogni tempo. Una meravigliosa carrellata di immagini che impressioneranno a fuoco la vostra memoria.
Senza esagerare.

[MOVIES] Il Profeta: recensione

•13 aprile 2010 • 2 commenti

Per Malik, la vita inizia laddove credeva si sarebbe inesorabilmente sgretolata. Condannato a sei anni di carcere, viene avvicinato da alcuni detenuti e costretto a commettere un omicidio. In una delle scene più insostenibili del film, Malik recide un’arteria tra fiotti di vivido sangue. Un gesto doppiamente simbolico. Ad andarsene, non è solo la vita della vittima, ma anche quella del suo carnefice. Arrivato dal nulla, senza amici, senza famiglia, senza sapere né leggere né scrivere e all’oscuro degli inflessibili ingranaggi che sostengono la diabolica macchina chiamata carcere, per Malik quell’omicidio su commissione significherà una rinascita.

Rinascita come individuo in grado di inserirsi in quegli stessi ingranaggi che prima ignorava, imparando ad usarli, aggirarli, ricombinarli a proprio uso e agevolando una scalata che sa di tragedia annunciata. Un’opera fiume (due ore e trenta abbondanti) dalla qualità sublime, in cui si assaporano momenti del miglior Scorsese, ma dal retrogusto fortemente europeo (siamo in Francia) e in cui si riconoscono, amplificati dalla brutalità del contesto, molti drammi contemporanei: la difficile coesistenza in una società multietnica, la necessità, quasi tribale, di prevaricare il prossimo per non esserne sottomessi, usando furbizia, scaltrezza, ma anche cattiveria e nessuna pietà. Ribadendo il concetto che le carceri, invece di essere istituti di recupero degli individui, semplicemente li getta in un ambiente ancora più violento.

Audiard è regista che sembra conoscere la materia cinema con rara completezza: le sue sono riprese che traggono ispirazioni non solo dai colori, dalle ombre, dalle figure, ma anche e sopratutto dai suoni. Per sua ammissione, un film è qualcosa che prima di tutto va “ascoltato”. Ne esce un cinema molto personale, per quanto le sue inquadrature, sempre a ridosso dei volti dei protagonisti, ricordi molte pellicole tra cui quelle dei fratelli Dardenne. Senza sottotesti etici e morali, Audiard semplicemente racconta questa storia di ascesa sociale. Che sia dentro ad un carcere, microcosmo che galleggia ignorato all’interno di una realtà più grande (la nostra) non fa alcuna differenza.

E per una volta tanto si può dire: è davvero grande cinema.

[MOVIES] What Doesn’t Kill You: recensione

•29 marzo 2010 • Lascia un commento

Brian Goodman ha avuto una vita difficile. Cresciuto nei sobborghi di Boston, ha iniziato giovanissimo a rubare per sopravvivere e dare da mangiare a moglie e figli. L’abuso di alcool, droga e la prigione l’hanno portato ad un passo dall’abisso. Una storia di povertà e fallimento come ce ne sono tante (troppe) in America e non solo. Ma poi, la forza e la voglia di ritrovarsi, la consapevolezza che forse qualcosa di meglio poteva esserci per lui e la sua famiglia, imperdonabilmente trascurata per 15 anni, l’hanno aiutato a reagire. Da li, da quel fondamentale passo mosso con umiltà, coraggio e forse un po’ di incoscienza, è arrivato l’incontro con il cinema e la televisione. What Doesn’t Kill You, film autobiografico, parla proprio di quei difficili anni. Senza retoriche, senza nascondersi, ma con sincera volontà di raccontare una storia di riscatto sociale che piace molto all’America dei self-made man.

Nel film, Goodman butta tutto se stesso, e si vede, ma come spesso accade, quando le storie sono così sentite, e a maggior ragione quando sono vissute sulla propria pelle, il rischio è quello dell’(auto)celebrazione, dei toni enfatici, dei sermoni sul crederci e vedrai che ce la fai. Invece il regista, nonostante qualche scivolone (come la scena del pestaggio del pedofilo in prigione, quasi a sottolineare il concetto del “sono figlio di puttana, ma con una morale”) riesce a mantenersi in equilibrio tra racconto accorato ma non pomposo, con onestà intellettuale e sincerità di sguardo.
La sua Boston, fotografata costantemente sotto la neve, è evocativa e viva, e si dimostra cornice perfetta per la storia. Gli attori, da Mark Ruffalo (che interpreta lo stesso Goodman) ad Amanda Peet (che ha il ruolo della moglie) a Ethan Hawke (che nel film ha il ruolo del fratello del regista) sono perfetti e convincenti nella recitazione, qualità non sempre presenti nelle ricostruzioni autobiografiche. Il percorso di riabilitazione sociale avviene con coerenza, e anche se alcune dinamiche sono prevedibili nel proprio svolgimento, il senso di autenticità rimane immacolato. La redenzione di un marito e un padre che capisce la proprie colpe sarà anche storia già vista, ma qui funziona proprio in virtù della capacità di evitare quella retorica buonista che sovente edulcora all’eccesso questo genere di storie.

L’unica curiosità è capire perchè Goodman abbia tralasciato dalla sceneggiatura il suo incontro con il mondo del cinema. Avrebbe caratterizzato ancor di più il suo film. Ma forse, ciò a cui premeva di più, era mostrare il suo percorso di redenzione come uomo, marito e sopratutto come padre. E questo nel film emerge perfettamente. A lui sarà sicuramente bastato così. E, una volta tanto, anche a noi.

[TV-Series] The Wire: recensione

•28 marzo 2010 • 1 commento

Arrivare alla fine delle sessanta ore complessive di The Wire, è esperienza che rasenta l’Illuminazione. Una narrazione così perfetta e potente è annichilente, quasi sconvolgente, abituati (come siamo) a serial che si allungano, si accorciano, si trascinano o si chiudono per puri capricci del rating americano.

The Wire invece no.

The Wire è una serie che nasce, si sviluppa e si chiude secondo un preciso progetto originale. Unione inarrivabile di letteratura e immagine, in un’opera che dimostra cosa potrebbe (e dovrebbe) essere la televisione (intelligente) se non fosse schiava dei diktat della pubblicità. E non crediate sia puerile e sterile retorica, ma semplice verità.
The Wire è li a dimostrarlo. Creata e scritta da David Simon (ex reporter di nera del Baltimore Sun, tanto per gradire) è tra i più lucidi ritratti della realtà americana di fine millennio. Un appassionato e feroce racconto-fiume delle contraddizioni, dei fallimenti, delle miserie, delle storture del sistema americano e delle sue istituzioni. E sopratutto le conseguenze sulle vite dei suoi cittadini: dalle più alte sfere di comando alle classi più misere e abbandonate della società.

Parlare di stagioni (per inciso 5 in totale) non ha quasi senso con The Wire. Perchè The Wire è un’unica e maestosa epopea ambientata a Baltimora (città di nascita del creatore David Simon, che qui chiaramente funge da città-simbolo per molte altre metropoli contemporanee), che di anno in anno prende in esame diversi aspetti della stessa realtà. Poliziotti, spacciatori, avvocati, giornalisti, studenti, operai, sindaci e tossicodipendenti. Lungo l’ampio arco narrativo quasi nessuno sembra lasciato fuori dalla precisa disamina di The Wire. I personaggi sono mossi con abilità sublime: nessuno primeggia sull’altro, e nessuno sembra avere più importanza, a prescindere dalla sua moralità. Ogni storia si fonde con le altre, corre in parallelo o si incrocia, se ne distacca, in un gioco ad incastri che ha del portentoso. Merito, come già detto, di una precisa visione che non si piega alla necessità di far emergere o meno un personaggio (o magari l’attore che lo interpreta) a causa della sua presa sul pubblico. Tutto ha senso esclusivamente ai fini della narrazione.

Si inizia con il mondo dello spaccio di droga, le gang e la vita in strada, le indagini sui movimenti del narcotraffico e sulle figure che lo alimentano. Si passa poi al disfacimento della classe operaia americana, stritolata da una legislazione sconsiderata che ha smantellato il Sindacato nazionale. Subentrano inoltre i giochi di potere per le posizioni di comando, i colpi (leciti e meno) per lanciare (e affossare) carriere politiche di sindaci e governatori. Si prosegue con l’agonizzante situazione dell’istruzione nazionale, incapace di svolgere le normali funzioni di formazione e insegnamento per cronica mancanza di fondi e inadeguatezze dei programmi di studio. Si conclude poi con il mondo dei Media e del giornalismo, sulle storture causate da arrivismi, incompetenza e dubbia etica. Come detto: un viaggio che, a memoria, ha pochi (nessuno?) eguali nel panorama televisivo di ogni tempo. Un racconto delle strutture politiche e sociali assolutamente fenomenale.

Merito del suo creatore David Simon, e dello staff con cui ha scritto tutto lo show: Ed Burns (ex detective della Omicidi, tanto per gradire) e in misura minore di altri bravi sceneggiatori come Collins, Pelecanos, Lehane. Insieme, hanno scritto quello che si può tranquillamente definire come uno degli esperimenti di natura visivo-narrativa più belli e riusciti di sempre. Un tipo di televisione che guarda con rispetto ai grandi romanzi ottocenteschi, e che a quel tipo di racconto complesso e stratificato ha cercato, con successo, di rifarsi. L’affresco sociale di The Wire non teme confronti: come detto, ogni personaggio è funzionale (e non il contrario, come in molte altre serie), si evolve, appare solo quando è necessario, anche a distanza di molto tempo dalla prima apparizione.
Ogni stagione (l’ho già detto che parlare di stagioni ha poco senso? Bene!) offre un nuovo spunto di riflessione, prende in esame un altro aspetto sociale o politico, ma allo stesso tempo sviluppa e conclude archi narrativi precedenti, ne inizia di nuovi, il tutto orchestrato con abilità magnifica.
Il livello di complessità di situazioni, che rifugge le facilonerie dell’intrattenimento superficiale, esige una partecipazione intellettuale dello spettatore che non concede scuse. Come un romanzo di Dostojevski (spesso citato dagli sceneggiatori) The Wire pretende di “esserci”, per essere fruito. Non vuole intrattenere, ma più istruire. Di certo desidera mostrare usando un linguaggio non facile ma infinitamente più gratificante, sopratutto per chi cerca un tipo di esperienza intelligente e non banale.

Ci sarebbe molto da dire su The Wire. E sarebbe doveroso farlo, alla luce del fatto che la nostra (intelligente) televisione, sia privata (grave) che pubblica (gravissimo) lo ha snobbato: non un passaggio in chiaro (tanto per non smentire la mediocrità e la poca lungimiranza della televisione italiana). Ma il solito consiglio è quello di vederla. E subito. Anzi, mi si conceda il superlativo assoluto, subitissimo. Perchè The Wire è bellissimo (così facciamo pure la rima).

[MOVIES] Paranormal Activity: recensione

•20 febbraio 2010 • 1 commento

Fantozzi, parlando di un capolavoro come La Corazzata Pötemkin, lo recensì lapidariamente con un “E’ una cagata pazzesca!”. Sebbene deprecabile per profondità intellettuale (nonostante l’evidente volontà polemica), se c’è film che potrebbe essere recensito con un epiteto simile sarebbe proprio questo Paranormal Activity. Cosa che un po’ ferisce il cuore: perché ad una produzione indipendente da 15.000 mila dollari che incassa milioni in tutto il mondo vorresti perdonare un po’ tutto, nella speranza che la filosofia “pochi soldi e molte idee” sia ancora perseguita a scapito della lobotomizzazione hollywoodiana ad alto budget. Ma il problema qui, non sono i soldi, ma proprio le idee: semplicemente non ce ne sono. E a dire il vero, non c’è nemmeno il film.

Che senso ha rifare Blair Witch Project (già allora, bufala come pochi, ma almeno aveva la scusante di essere uno dei primi esempi di viral marketing, quindi un’importanza seminale, a posteriori, almeno l’ha avuta) con i fantasmi, ma ancora più piatto, noioso e lento? In tempi di crisi, magari un senso economico ce l’ha. Dal punto di vista puramente cinematografico invece, siamo di fronte ad uno dei punti più bassi di sempre. E viene da chiedersi cosa possa aver spaventato a morte Spielberg (suo il promotional che campeggia in locandina, ma visto che la sua DreamWorks distribuisce, in suo rispetto facciamo finta di non accorgerci dell’evidente conflitto di interessi) se nella prima ora l’unica cosa di rilievo che succede è una porta che cigola. Nient’altro. Anzi, tanta (ma tanta) fuffa verbosa insopportabile di un’improbabile coppia: lei perseguitata dalla presenza, e lui che cerca di testimoniarne l’esistenza.

Paranormal Activity è operazione posticcia e costruita come da eoni non se ne vedeva. Ridicoli i commenti sulla sua natura fortemente ansiogena. Spaventa di più una qualsiasi edizione del TG di Fede. Assolutamente immeritata la sua nomea di film dalla tensione insostenibile. Anche a crederci alle paurose presenze, c’è davvero poco (ma poco!) di inquietante. Tracce sul talco? Una foto nel solaio? L’ouija che si incendia? La buzzicona trascinata con il morso sulla chiappa? Il finale (qualsiasi dei tre) dalla comicità involontaria? Minimi termini dei minimi termini, senza concessioni di sorta. Non lasciatevi prendere in giro.

[MOVIES] Il Quarto Tipo: recensione

•20 febbraio 2010 • Lascia un commento

Tagliamo corto. C’è una sola chiave di lettura per questo (docu?)film: ritenere veri, o meno, i fatti narrati. Perchè se visto con la volontà di farsi spaventare da un thriller (fanta)realistico come va di moda da qualche tempo (REC e Cloverfield insegnano) il Quarto Tipo delude su tutti i fronti. Poca suspence e colpi telefonati.
Ma ritenere veri i rapimenti alieni, vedendo il Quarto Tipo come una messa in scena fedele delle testimonianze dei presunti addotti, getta una luce completamente diversa.

Perchè la presunta aderenza alla realtà, peraltro esibita fin dall’inizio (Milla Jovovich, nelle vesti di se stessa, ad inizio pellicola parla di interpretazioni e messa in scena di persone e fatti documentati e demanda la scelta di crederci o meno allo spettatore stesso) fa del film di Osunsanmi una visione che quanto meno genera interrogativi, e intriga lo spettatore in una narrazione che mischia (molta) verità con (poca) fantasia. Le crescenti inquietudini e paranoie che sommergono via via tutti i personaggi, sono molto più efficaci degli sparuti colpi di scena che stonano nonostante la volontà di credere alla trama; anzi si dimostrano ancora più posticci poichè dimostrano la loro natura puramente narrativa in un film che si vorrebbe cronaca oggettiva.

Quale che sia l’opinione dello spettatore, il Quarto Tipo non sarà certo ricordato come un film memorabile, nemmeno se limitato a quello delle pellicole di genere. Ma ad ufologi e credenti di una vita altra, che da secoli intrattiene rapporti più o meno ostili con la razza umana, potrà essere affiancato a opere come Communion e Bagliori nel Buio.