[TV-Series] Six Feet Under: recensione

James Hillman scriveva: “Sempre l’esame accurato della vita comporta riflessioni sulla morte, sempre, il confrontarsi con la realtà significa guardare in faccia la mortalità. Non veniamo mai alle prese fino in fondo con la vita finchè non siamo disposti a cimentarci con la morte”.
Nessun epitaffio(!) potrebbe sposarsi(!!) meglio per la serie scritta dal mai troppo lodato Alan Ball, autore (ma c’è qualcuno che ancora non lo sa?) del mai troppo lodato American Beauty. Six Feet Under, a memoria, è la riflessione più lucida, tragica, buffa e intelligente sulla mortalità, e su ciò che la morte incute agli uomini: paura, speranza, dolore, amore.

E come ben scriveva Hillman, l’impresa funebre Fisher & Figli è luogo in cui la morte diventa centro nevralgico per osservare la vita, una lente d’ingrandimento che costringe i personaggi a guardare dentro loro stessi. Perchè, è la Morte stessa la risposta ad ogni cosa, sorta di (tra)passo che rende onniscienti e si colloca al di là di tutto ciò che nel mondo rappresenta il bene e il male.
Ogni episodio si apre con una perdita. E ogni volta la morte diventa occasione di riflessione, di crescita, di apprendimento e trasformazione. Come già aveva dimostrato in American Beauty (film raccontato dal punto di vista del protagonista morto) Alan Ball lascia che siano i defunti a guidare i vivi. Spesso i personaggi trapassati appaiono ai protagonisti della serie, e li invitano a riflettere, a scegliere, a scontrarsi con le proprie incertezze, quasi che i dubbi fossero solo di questo mondo, di questa realtà, e il trapasso invece il superamento di quegli stessi dubbi e di tutte le fobie che minano la vita.

Six Feet Under è opera profonda che lavora su più livelli, anche quando lo svolgersi della trama appare semplice ed elementare. E’ complesso proprio in virtù del fatto che è la complessità della vita che cerca di mostrare, senza artifizi cinematografici. E ci riesce come poche altre opere di finzione hanno saputo fare. L’umanità (e disumanità) di tanti personaggi sono rese con tocco quasi miracoloso: per onestà e purezza di sguardo, quale che sia la condizione dei protagonisti, viene sempre raccontata con sincera emozione, lasciando che sia la sua storia a parlare, e non costringendo alla finzione scenica delle improbabili caratterizzazioni.
Tanti sono i temi toccati oltre a quello della morte, alcuni anche molto controversi (come l’omosessualità o l’insanità mentale) eppure tutti sono raccontati con maturità; non certo privandosi dell’umorismo (spesso nero) ma mai mancando di rispetto.

E la (grande) abilità narrativa, è ulteriormente dimostrata dal fatto che ogni stagione amplifica e sviluppa le tematiche della precedente, ma non appare mai come un allungamento. Non esistono involuzioni, storie che si ripetono, deplorevoli e mortificanti riempitivi scritti solo per far proseguire la serie. Six Feet Under dura esattamente quanto ha voluto il suo autore, che ha scelto, nonostante i buoni ascolti, di chiudere lo spettacolo alla quinta stagione, nel momento in cui ha ritenuto di avere espresso tutto ciò che desiderava con quei personaggi e quella storia. E la conclusione, credete, è una delle più incredibili, sofferte, emozionanti chiusure di serie di ogni tempo. Una meravigliosa carrellata di immagini che impressioneranno a fuoco la vostra memoria.
Senza esagerare.

~ di Bilbo Baggins su 13 luglio 2010.

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