[MOVIES] Il Profeta: recensione

Per Malik, la vita inizia laddove credeva si sarebbe inesorabilmente sgretolata. Condannato a sei anni di carcere, viene avvicinato da alcuni detenuti e costretto a commettere un omicidio. In una delle scene più insostenibili del film, Malik recide un’arteria tra fiotti di vivido sangue. Un gesto doppiamente simbolico. Ad andarsene, non è solo la vita della vittima, ma anche quella del suo carnefice. Arrivato dal nulla, senza amici, senza famiglia, senza sapere né leggere né scrivere e all’oscuro degli inflessibili ingranaggi che sostengono la diabolica macchina chiamata carcere, per Malik quell’omicidio su commissione significherà una rinascita.

Rinascita come individuo in grado di inserirsi in quegli stessi ingranaggi che prima ignorava, imparando ad usarli, aggirarli, ricombinarli a proprio uso e agevolando una scalata che sa di tragedia annunciata. Un’opera fiume (due ore e trenta abbondanti) dalla qualità sublime, in cui si assaporano momenti del miglior Scorsese, ma dal retrogusto fortemente europeo (siamo in Francia) e in cui si riconoscono, amplificati dalla brutalità del contesto, molti drammi contemporanei: la difficile coesistenza in una società multietnica, la necessità, quasi tribale, di prevaricare il prossimo per non esserne sottomessi, usando furbizia, scaltrezza, ma anche cattiveria e nessuna pietà. Ribadendo il concetto che le carceri, invece di essere istituti di recupero degli individui, semplicemente li getta in un ambiente ancora più violento.

Audiard è regista che sembra conoscere la materia cinema con rara completezza: le sue sono riprese che traggono ispirazioni non solo dai colori, dalle ombre, dalle figure, ma anche e sopratutto dai suoni. Per sua ammissione, un film è qualcosa che prima di tutto va “ascoltato”. Ne esce un cinema molto personale, per quanto le sue inquadrature, sempre a ridosso dei volti dei protagonisti, ricordi molte pellicole tra cui quelle dei fratelli Dardenne. Senza sottotesti etici e morali, Audiard semplicemente racconta questa storia di ascesa sociale. Che sia dentro ad un carcere, microcosmo che galleggia ignorato all’interno di una realtà più grande (la nostra) non fa alcuna differenza.

E per una volta tanto si può dire: è davvero grande cinema.

~ di Bilbo Baggins su 13 aprile 2010.

2 Risposte to “[MOVIES] Il Profeta: recensione”

  1. Strabello.

  2. Davvero.
    Filmone.
    Come mi avevi detto :-D

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