[MOVIES] What Doesn’t Kill You: recensione

Brian Goodman ha avuto una vita difficile. Cresciuto nei sobborghi di Boston, ha iniziato giovanissimo a rubare per sopravvivere e dare da mangiare a moglie e figli. L’abuso di alcool, droga e la prigione l’hanno portato ad un passo dall’abisso. Una storia di povertà e fallimento come ce ne sono tante (troppe) in America e non solo. Ma poi, la forza e la voglia di ritrovarsi, la consapevolezza che forse qualcosa di meglio poteva esserci per lui e la sua famiglia, imperdonabilmente trascurata per 15 anni, l’hanno aiutato a reagire. Da li, da quel fondamentale passo mosso con umiltà, coraggio e forse un po’ di incoscienza, è arrivato l’incontro con il cinema e la televisione. What Doesn’t Kill You, film autobiografico, parla proprio di quei difficili anni. Senza retoriche, senza nascondersi, ma con sincera volontà di raccontare una storia di riscatto sociale che piace molto all’America dei self-made man.

Nel film, Goodman butta tutto se stesso, e si vede, ma come spesso accade, quando le storie sono così sentite, e a maggior ragione quando sono vissute sulla propria pelle, il rischio è quello dell’(auto)celebrazione, dei toni enfatici, dei sermoni sul crederci e vedrai che ce la fai. Invece il regista, nonostante qualche scivolone (come la scena del pestaggio del pedofilo in prigione, quasi a sottolineare il concetto del “sono figlio di puttana, ma con una morale”) riesce a mantenersi in equilibrio tra racconto accorato ma non pomposo, con onestà intellettuale e sincerità di sguardo.
La sua Boston, fotografata costantemente sotto la neve, è evocativa e viva, e si dimostra cornice perfetta per la storia. Gli attori, da Mark Ruffalo (che interpreta lo stesso Goodman) ad Amanda Peet (che ha il ruolo della moglie) a Ethan Hawke (che nel film ha il ruolo del fratello del regista) sono perfetti e convincenti nella recitazione, qualità non sempre presenti nelle ricostruzioni autobiografiche. Il percorso di riabilitazione sociale avviene con coerenza, e anche se alcune dinamiche sono prevedibili nel proprio svolgimento, il senso di autenticità rimane immacolato. La redenzione di un marito e un padre che capisce la proprie colpe sarà anche storia già vista, ma qui funziona proprio in virtù della capacità di evitare quella retorica buonista che sovente edulcora all’eccesso questo genere di storie.

L’unica curiosità è capire perchè Goodman abbia tralasciato dalla sceneggiatura il suo incontro con il mondo del cinema. Avrebbe caratterizzato ancor di più il suo film. Ma forse, ciò a cui premeva di più, era mostrare il suo percorso di redenzione come uomo, marito e sopratutto come padre. E questo nel film emerge perfettamente. A lui sarà sicuramente bastato così. E, una volta tanto, anche a noi.

~ di Bilbo Baggins su 29 marzo 2010.

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