[MOVIES] Wall•E: recensione

E così, alla fine Pixar ce l’ha fatta. A girare il suo film più adulto, più complesso, più stratificato, senza per questo perdere quella sua ingenuità di sguardo, che non è nè sprovveduta nè banale, ma il contrario. Un’opera che lavora su molteplici livelli, da quello generalmente ritenuto più scontato (il solito film Pixar per bambini) a quello più simbolico e citazionista, addirittura polemico e per certi versi militante.

Wall•E (acronimo per Waste Allocation Load Lifter Earth-Class) è un robot creato per accatastare rifiuti. Rimasto solo per più di 500 in una terra ormai disabitata (e svuotata di qualsiasi forma di vita), guardando all’infinito “Hello, Dolly!”, cova, in cuor suo, la più elementare e pura delle emozioni: il contatto con qualcuno, una carezza, un gesto che lo possa rinfrancare da un’infinita solitudine. Ma un giorno, dallo spazio, irrompe nella sua vita EVE, robot ultratecnologico e avanzatissimo (e molto Apple-style, non per nulla al suo design ha collaborato Jonathan Ive, noto creativo dietro ai successi di iPod e iMac), di cui il piccolo Wall•E si innamora perdutamente. Ma EVE è atterrata sulla terra con un compito preciso e di massima priorità, che trascinerà Wall•E distante anni luce dalla sua piccola e amata abitazione.

L’ultima fatica Pixar, diretta da Andrew Stanton, già al successo con “Alla Ricerca di Nemo” e “A Bug’s Life – Megaminimondo” si dimostra atipica fin dal suo inizio, addirittura coraggiosa nel rifiutare i dialoghi per tutta la prima parte, lasciando al solo Wall•E il compito di catalizzare l’attenzione del pubblico, stimolandone emozioni con la sua sola presenza scenica. Ed è una scommessa vinta, come lo era quella di Tom Hanks in “Cast Away” di Zemeckis. La sua curiosità, il suo sguardo puro e privo di malizia, quando ad esempio scova tra i rifiuti un anello di diamanti, che getta in favore della ben più interessante scatola, oppure quando si prodiga per capire l’utilità di un reggiseno, è di quelle che conquistano all’istante. Complice un character design riuscitissimo, sopratutto per quel che riguarda le due lenti fotografiche che gli fanno da occhi (e ironicamente più espressivi di molti attori blasonati), Wall•E è un personaggio che è impossibile non amare. E che fa breccia nel cuore perchè, in un mondo ormai devastato, ricolmo di rifiuti, degradato e meccanicizzato, rappresenta comunque la vittoria dei sentimenti umani nonostante tutto.

Ma il film di Stanton è anche, insospettabilmente, una feroce critica che in tempi di riscaldamento globale e Live Eight può sembrare fasulla e ipocrita, ma che in realtà punta con vigore il dito mostrandoci, pur con i toni dell’ironia e della commedia, quello che probabilmente sarà il nostro futuro se insisteremo sulla strada che sembriamo incapaci di cambiare. Gli uomini, in Wall•E, sono degli obesi che hanno perso la capacità addirittura di deambulare, perennementi assistiti dalla tecnologia: per mangiare, per bere, addirittura per muoversi. Inebetiti da un mondo fasullo di onnivori messaggi pubblicitari, vivono uno di fianco all’altro ignorandosi, senza rendersi conto che tutta l’opulenza meccanica di cui sono padroni (o schiavi?) ha fatto perdere loro la cosa più importante che avevano: una casa. Una casa che fosse vera, autentica, su una terra viva che desse frutti a tutti. Sperando un ritorno, vagano senza meta nello spazio, soli e abbandonati a se stessi, quanto lo è Wall•E stesso sulla terra.

Tecnicamente sbalorditivo, Wall•E rappresenta forse il punto più alto (finora) della peraltro luminosissima cinematografia Pixar. Ricco di citazioni ai capolavori del genere (su tutti “2001 Odissea Nello Spazio”) il film riesce con disinvoltura quasi sconcertante a variare ritmo, ora funambolico e divertente (due le scene da antologia, il primo dialogo tra Wall•E e EVE, alle cui voci ha lavorato Ben Burtt, indimenticato sound designer autore anche delle voci di RD-D2 ed ET, e la scena in cui un povero Wall•E folgorato viene riavviato con una scheda madre di fortuna, e si accende con l’inconfondibile SDEENG del Mcintosh), ora accorato e struggente. In America, qualcuno ha definito Wall•E il candidato perfetto per le imminenti presidenziali, stracciando Obama e McCain quasi fossero risibili figuranti per la corsa alla Casa Bianca. Prova che il film ha colto nel segno, toccando una vena scoperta: la voglia di cambiare, e riavvicinarsi alle cose autentiche della vita. E poi li chiamano film di animazione.

~ di Bilbo Baggins su 17 Ottobre 2008.

6 Risposte to “[MOVIES] Wall•E: recensione”

  1. SENZA DUBBIO IL MIGLIOR FILM IN COMPUTER GRAFICA MAI REALIZZATO, E’ GIUNTO IL MOMENTO IN CUI UNA PICCOLA SCATOLA DI LATTA VI APRIRA’ IL CUORE INSEGNANDOVI AD AMARE

  2. Un capolavoro.

  3. Ho pianto senza ritegno, come un vitello…SNIFF!

  4. Eh eh spero tu non avessi il tuo solito “discreto” eyeliner sennò chissà che scena a luci riaccese T_T

  5. No, ero struccata. E’ da un po’ che non trovo più il tempo nemmeno per il make-up…Ma tanto ho già dato in passato, nevvero? ;o)

  6. Credo di sapere a quando ti riferisci, ma io quel giorno, non c’ero MIO AMOR, quindi continuo a vederti così solo nelle mie più spinte fantasie :-D

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