[MOVIES] Dante 01: recensione

C’era una volta Marc Caro, che in coppia con Jean-Pierre Jeunet, co-dirigeva film come “Delicatessen” e “La Città dei Bambini Perduti”. Ma per questo Dante 01, Caro torna alla regia en solitaire, scegliendo (ancora) un soggetto di genere fantascientifico, dimostrando così di rimanere affezionato a tematiche ed atmosfere ricorrenti nel suo percorso artistico.

Nella prigione di massima sicurezza Dante 01, arrivano con un volo interstellare una nuova ricercatrice ed un detenuto sopravissuto all’incontro con un’entità aliena che lo ha profondamente cambiato. Nessuno comprende cosa stia accadendo, ma Saint-George (interpretato da Lambert Wilson, il Merovingio della trilogia di Matrix) sembra delirare in una dimensione sensoriale differente. Incapace di parlare, di deambulare, è preda di visioni incomprensibili. Ma il resto dei detenuti vedrà in lui una sorta di redentore spirituale non appena scopriranno il “potere speciale” di cui è in possesso.

A metà tra “Alien Resurrection”, “Matrix” e “Il Cubo”, il film solo inizialmente sembra l’ennesima versione grottesca e surreale (come lo era “Delicatessen”) in salsa sci-fi, in particolare per il look glabro di tutti i protagonisti, le atmosfere consuete da dark movie e l’utilizzo dell’attore feticcio Dominique Pinon, ma in realtà bastano pochi minuti per realizzare che Caro questa volta ha alzato il tiro, e affidandosi a simbolismi e allegorie, gira un film intimista e quasi metafisico. Una pellicola che nel suo percorso filosofico si spinge addirittura alla citazione di “2001 Odissea Nello Spazio”.
Tutti i detenuti hanno nomi ispirati alle credenze religiose e l’astronave-prigione su cui viaggiano (non per coincidenza, evidentemente) ha la forma della croce cristiana. Purtroppo però molti risvolti della sceneggiatura rimangono oscuri, non aiutati da un costrutto narrativo che (non si capisce se volontariamente o no) si fa troppo ermetico, lasciando freddi. 
Alcune sequenze oniriche non sono prive di fascino, ma manca la mano sapiente che sappia far calare nella storia, coinvolgendo ed emozionando lo spettatore. E il messaggio filosofico si perde tra sequenze interessanti ad altre più ostiche e noiose. 

Una sorta di opera incompiuta, graziata dall’usuale bravura registica di Caro che muove con sapienza la macchina da presa tra angusti e claustrofobici corridoi, ma che scricchiola e implode sotto al peso delle velleità fin troppo ambiziose della sceneggiatura. Peccato.

~ di Bilbo Baggins su 23 Agosto 2008.

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