[MOVIES] The Hunting Party: recensione

Strano “oggetto” questo The Hunting Party. Nelle intenzioni, doveva proseguire sullo stesso sentiero tracciato da pellicole come “Three Kings“, commedie capaci di far sorridere su temi controversi e drammatici come la Guerra del Golfo nel caso del film di Russell, e la guerra civile nella ex Jugoslavia in questo firmato Richard Shepard. Strano perchè in realtà si ride ben poco, qualche battuta divertente, ma in generale il dolore (e delirio) di terre che per anni hanno vomitato violenza e pulizie etniche fanno capolino all’interno di una storia che vorrebbe essere leggera ma in realtà non ci riesce.

Richard Gere (funzionale al ruolo) è un cronista di guerra che per anni, complice il suo cameran di fiducia spericolato quanto lui, ha raccontato dall’interno gli orrori nei più remoti angoli del pianeta. Improvvisamente, dopo l’ennesima strage di civili nei Balcani, in diretta nazionale si lascia andare a esternazioni troppo dirette e sincere per un network che mostra solo il “minimo” necessario alla popolazione, e viene fatto fuori, licenziato e ridotto a registrare servizi per le televisioni del terzo mondo.
Un giorno ricontatta il vecchio amico sostenendo di sapere dove si nasconde “La Volpe”, un criminale di guerra ricercato dalle Nazioni Unite e dalla Cia, e che nessuno riesce a scovare. Inizierà un viaggio attraverso un paese che solo nei grandi centri urbani sembra aver superato orrori apparentemente rimossi, ma che nelle campagne porta ancora intatta la più “grande follia dell’uomo dai tempi dei campi di concentramento”.

Nonostante la volontà di girare una commedia (al duo di amici viene addirittura affiancata una spalla comica, il figlio raccomandato di un dirigente del network, che per amore del giornalismo puro e non preconfezionato decide di seguirli nella folle ricerca) sono rari i momenti di autentica leggerezza. Più frequentemente, ci si trova a seguire il trio alla (ri)scoperta di una terra martoriata, che l’Europa (e il mondo) preferisce dimenticare piuttosto che aiutare. Le missioni internazionali sono solo coperture di facciata per l’opinione pubblica, mentre la connivenza delle popolazioni locali, e il beneplacito dei servizi segreti, permettono ai criminali di guerra di vivere in tranquillità, nonstante taglie milionarie che pendono sulle loro teste.

Sebbene venato di ironia, il film ha il merito di mostrare in maniera tutto sommato convincente questa facciata nascosta della crisi balcanica, ma ciò che stupisce è notare quanto il regista abbia cercato i toni leggeri, riuscendo in realtà a convincere solo nei più seriosi e drammatici. In altre parole, sembra quasi involontario il proposito di girare un film che faccia riflettere, quando in realtà si cercava di far (sor)ridere. Un ossimoro di rara coerenza. Una commistione tra comicità e drammaticità che potrebbe far storcere il naso, e che si presta a malevoli interpretazioni sull’etica della pellicola. In fondo, pur non raggiungendo gli stessi livelli di delicata poesia, The Hunting Party potrebbe affiancarsi al Benigni de “La Vita è Bella“, commedia amara che ricevette comunque accuse di scempio del ricordo degli ebrei deportati ad Auschwitz.

Pur volando (molto) più in basso, The Hunting Party ha comunque il merito di raccontare una faccia dell’Europa che, a parte qualche cineasta balcanico (Kusturica in testa), nessuno racconta mai. Nonostante i presupposti da (tragi)commedia, riesce comunque a far filtrare un po’ dell’orrore di quegli eventi, forse più in virtù dell’assoluta gravità dei fatti piuttosto che di scelta stilistica, e non tace neppure dell’evidente pigrizia (se non preciso interesse) delle grandi organizzazioni internazionali affinchè la situazione balcanica rimanga cristalizzata com’è, impuniti (come Karadzic o Mladic) inclusi. Anche se forse i “puristi” del realismo e di un certo tipo di rigore formale potrebbero definirlo quasi immorale. A ognuno la sua scelta.

~ di Bilbo Baggins su 7 Luglio 2008.

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