[MOVIES] E Venne il Giorno: recensione

Teorema
Night M. Shyamalan possiede la rara bravura di creare gioielli di tensione e aspettativa. Come meccanismi perfetti, nascono e prendono corpo lavorando di addizione, in un crescendo costante di suspance e attesa. Ma quando i nodi vengono al pettine, quando la matassa che per tutto il film ha tenuto col fiato sospeso deve per forza di cose venire sbrogliata, la delusione è dietro l’angolo. O forse, se parlare di delusione sa di troppo perentorio, quel che è certo è che spesso non è all’altezza di quanto l’ha preceduta.
Proposizione
Prendiamo questo E venne il giorno. Analizziamolo pure a partire dal trailer. Qualcosa di pauroso e inspiegabile si sta diffondendo. Per qualche motivo, le persone viengono spinte a suicidarsi. Vediamo scene terribili di operai che si gettano dai palazzi, passanti che collassano nei parchi, autisti che si sfracellano in corsa. Puro delirio. L’incertezza e la disperazione serpeggia tra i sopravissuti, incapaci di comprendere cosa stia succedendo. Sebbene la prima ora della pellicola racconti esattamente quello che, niente di più e niente di meno, racconta il trailer in due minuti, è innegabile il fascino e la bravura con cui Shyamalan sa avvolgere il pubblico di quell’atmosfera tipica dei suoi film, ovattata, sospesa perennemente tra la banalità del quotidiano e lo straordinario del soprannaturale. Quasi in una dimensione altra, i personaggi vivono vite comuni nelle quali, improvvisamente, irrompe l’inesplicabile e l’inspiegabile con forza dirompente e dilagante. Ma sotto alla patina fantastica, i suoi film sono sempre racconti di rapporti umani che sostengono, da soli, tutto il peso del film.
Non fa eccezione E venne il Giorno, soltanto che questa volta a Shyamalan non riesce il miracolo: le premesse fantasiose, pur intriganti, non nascondono la pochezza dei protagonisti e delle loro storie. Il professore interpretato da Mark Whalberg, innamorato di una donna incapace di corrispondere al suo amore, non colpisce e non fa breccia al cuore. Il cognato John Leguizamo, con figlioletta al seguito, sembra quasi sprecato nella banale parte drammatica ampiamente prevedibile. Il meccanismo del film si inceppa. Nel suo evolversi, arrivando alla conclusione, procede incostante e incoerente, sopratutto nel finale, quando i protagonisti vengono ospitati nella casa dell’anziana.
Ecco che tutta la carica emotiva raccolta nella prima parte, fatta di dubbi, incertezze, paure espresse e nascoste, arrivata al culmine e in attesa di scoppiare, si affloscia invece su se stessa, vittima anche di una spiegazione dei fatti non propriamente esaltante.
Rimane ammirabile la coerenza con cui Shyamalan ami esplorare quelle zone nascoste dell’animo umano, in un percorso del fantastico che ricorda lo Spielberg di “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” o “E.T. L’Extraterrestre“, ma dopo lo splendido exploit del “Sesto Senso“, stanno diventando troppe le pellicole che appaiono incompiute. Forse all’affabulatore indiano, così abile ad allestire soggetti che fondono premesse soprannaturali a percorsi (stra)ordinari dell’animo umano, servirebbe uno sceneggiatore più scaltro che sappia poi concludere quanto di buono è stato iniziato. Lasciato solo, Shyamalan è la metafora perfetta dell’ostacolista più bravo che, lanciato verso una prevedibile vittoria, inciampa fatalmente nell’ostacolo finale. Ed è un peccato.

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