[MOVIES] Sweeney Todd: recensione

Sweeney Todd

Che dire? Cos’altro aggiungere su uno dei talenti più cristallini dell’intera cinematografia mondiale il cui tocco magico impreziosisce e caratterizza ogni sua opera rispetto la (quasi) totale omologata produzione americana? Qualunque sia il genere reinterpretato, un film di supereroi così come il biopic, nostalgiche sperimentazioni di animazione stop-motion o plasticosi omaggi alla gloriosa science-fiction anni ‘50, arrivando fino ai classici melodrammi freak e ai remake d’autore, Tim Burton lascia sempre la sua inconfondibile traccia, rimescolando in variazioni sempre nuove le sue ormai leggendarie visioni decadenti e darkeggianti, al punto tale da aver addirittura coniato un aggettivo, burtoniano, onore attribuito solo a grandi come Fellini o Hitchcock .

Questa volta il corpus letterario è un musical di Stephen Sondheim, le cui atmosfere gotiche e macabre non potevano che trovare in Burton il regista perfetto per la messa in scena su grande schermo. Ad interpretare il dandy decaduto Sweeney Todd, torna, con la sesta collaborazione, il feticcio del regista di Burbank, Johnny Depp, ormai vera e propria nemesi, un’opera vivente di carne e sangue che di volta in volta si (ri)plasma alla perfezione per dar corpo a tutte le oniriche visioni del cineasta.

Benjamin Barker è un barbiere londinese che ha tutto: un lavoro redditizio, una moglie bellissima e una figlia meravigliosa. Ma il malvagio giudice Turpin posa gli occhi sulla nobile donna e, per sottrargliela, condanna ingiustamente Barker a 15 anni di prigione. Al suo ritorno, sotto il falso nome di Sweeney Todd, riaprirà il negozio e cercherà vendetta con l’aiuto di una locandiera famosa per i “peggiori pasticci di carne di Londra”.

Musical atipico (non esiste nessun numero coreografico se non sparute scene di danza tra Depp e la Bohnam-Carter) e sopra le righe, Sweeney Todd è un’opera che Burton fotografa (grazie alla’iuto di Dariusz Wolski, suo collaboratore anche in “La Fabbrica di Cioccolato“) con infinite gradazioni di grigio: dal marciume dei vicoli melmosi ai fulliginosi tetti di Londra, dai volti pallidi e scavati dei protagonisti ai bui e polverosi interni dei palazzi. Fioche chiazze di luci gialle, unica concessione ai toni caldi, illuminano le scene: qualche candela, i fuochi del forno, i lampioni ad olio della Londra vittoriana. Su tutto questo vacuo grigiore però si staglia il cremisi intenso del sangue che, muto testimone della vendetta che prende forma, sprizza copioso dalle gole dei clienti di Todd.

Un personaggio che, non tanto incredibilmente, racchiude molti tratti caratteristici degli eroi burtoniani: dal tragico destino che li rende irrimediabilmente dei diversi, dei freak che cercano, inutilmente, di integrarsi (per poi difendersi) dalla società gretta e ipocrita, alla necessità di utilizzare strumenti, vere e proprie estensioni del corpo, che di volta in volta rappresentano santità e dannazione dei protagonisti. Basti pensare ai furistici gadget elettronici in “Batman” o alle lame di “Edward Mani di Forbice“, ma anche le telecamere che sublimano le ossessioni di “Ed Wood” o ancora gli occhialini di Ichabod Crane in “La Leggenda di Sleepy Hollow“.

Ma Sweeney Todd è anche e sopratutto un innocente che, corroso dalla depravazione di un malvagio, diventa egli stesso fuorioso omicida. Tutto il film è la lenta, ma inesorabile, iperbole che porta al compimento del suo iracondo proposito. Una ballata, questa volta si davvero cantata, che Burton dirige con invenzioni visive e ardita creatività (il ciuffo bianco del protagonista, o i giochi di riflessione sulle fredde lame dei rasoi) che lo contraddistinguono da sempre.
Forse il film paga un po’ un intreccio che non è dei più originali, dove ogni personaggio ha quasi scritto in volto il suo (inevitabile) destino, così come una certa verbosità dei pezzi che soffoca un po’ il naturale svolgersi dei dialoghi. Ma sopra a tutto rimane la grandiosità visiva di un genio che colloca nella sua luminosa cinematografia un’altra perla di indubbio valore. Magari non è all’altezza di certe sue opere migliori, forse non è nemmeno uno dei musical più belli di sempre, ma lo spettacolo che il buon Tim prepara con ineguagliata bravura, fatto di alchimie cromatiche e ricercatezza visiva, vale sempre e comunque il prezzo del biglietto. Ed ache l’acquisto del (prossimo venturo) DVD, a compimento di una raccolta di capolavori senza tempo per i quali continuiamo a ringraziare.

~ di Bilbo Baggins su 4 Marzo 2008.

8 Risposte to “[MOVIES] Sweeney Todd: recensione”

  1. Amico mio, ti invidio, ma quante volte vai al cinema?
    Ad ogni modo dopo che Barbara leggerà questa recensione sarò costretto ad accompagnarla a vedere il suo Johnny.
    Io solitamente davanti ai film di Burtun dormo, mai cosi bene, Big Fish ed Ed Wood a parte trovo il regista americano soporifero e paradossalemente sempre pronto a citare se stesso. ma di certo non nego l’incredibile bravura di un artista che riesce comunque a navigare con successo tra molti approcci cinematografici a generi diversi. E’ un mio limite lo so :-) .
    Ad ogni modo ti saprò dire…

  2. eh eh eh purtroppo per le mie povere finanze ci vado troppo spesso :-D
    Per fortuna che non fumo, o meglio, mi sa che il cinema sono le mie sigarette :-\
    Per quanto riguarda Burton sai benissimo che sono un talebano quindi non accetto/comprendo/capisco/perdono che qualcuno possa appisolarsi davanti ad un suo film…ma vabbè, è questione di gusti, e come dicevano i tuoi concittadini di qualche secolo fa, de gustibus non disputandum est. E comunque Ba (che notoriamente ne capisce più di te) ti trascinerà comunque a vederlo :-P

  3. ..secondo me, quando vedi un film di Burton alla fine della visione è logico uscirne con l’espressione: è burtoniano! Ora mai è diventato un aggettivo di uso comune ed è usato sia dagli ammiratori che dai denigratori. Aggettivo che si lega benissimo sia ad atmosfere cupe, (bellissima la Londra del film) a visi pallidi “da morto”, scavati dalle occhiaie, sia all’esaltazione estrema dell’onirico: bellissimo l’uso di colori accesi durante il sogno sulla spiaggia.Concordo con te che chiamarlo musical non è propriamente corretto. Musical è la fusione tra canto, danza e recitazione. Per quanto riguarda il primo elemento, due canzoni sono perfettamente ripetute pari pari in due momenti distinti, mentre una terza è stata rifatta secondo le esigenze di scena (la stessa canzone viene usata sia per sponsorizzare una crema per capelli prima, e come esaltazione della “cucina casereccia” del “mostrino”poi), il secondo elemento è praticamente assente; nonostante ciò, la straordinaria recitazione, di Johnny “Burton” Deep e della Helena “ruba mariti” Bonham Carter che ci ammaglia con un “balcone fiorito” di tutto rispetto, fa passare tutto in secondo piano (anche, ma con molta fatica, il pessimo doppiaggio del barbiere italiano), e, questo, mescolato ad una fotografia magnifica, a dei costumi curati nei minimi dettagli e da una regia perfetta, fa di Sweeny Todd un film bellissimo e da rivedere.
    (nota burlona: nei primi 10 min di film, pensavo fosse uno spin off di Harry Potter)

  4. Semi OT: Bellissimo il Banner nuovo! *inlove*

  5. E’ vero che non è un musical “in senso stretto”, però è anche vero che non tutti i musical hanno numeri di danza. Per dirti ricordo anche “Evita” (sempre in versione cinematografica) che non ne aveva, se non un tango tra Madonna e Banderas prima e Price dopo. Ad ogni modo, il fatto che il “tocco” di Burton comunque renda meritevoli di visione qualsiasi film decida di girare (anche di generi distanti dalla sua poetica come potrebbe esserlo un musical) secondo me è una cosa che non si possono permettere in tanti. Ed è di sicuro un merito, non certo un difetto.
    Sweeney è Burton al 100%. Magari scontenta un po’ i fan “puri” dei musical tradizionali come Chicago o Rent, però rimane sempre e comunque un ottimo film :-D
    Concordo sul doppiaggio: purtroppo però in Italia vederli “totalmente” in inglese coi sottotitoli è quasi impossibile. Da me ci sono pochissimi cinema che fanno film in originale, e sempre uno spettacolo a settimana a essere buoni. Vabbè lo aspetteremo in DVD.

    PS: io credo che l’Harry Potter cinematografico, sopratutto dopo la sua svolta dark, debba molto ma molto ai film di Burton :-D

  6. eh eh
    mi sa che il buon Jack Skeletron (o Skellington per i puristi) rimarrà li per molto ma molto tempo ^^

  7. c’è una premessa secondo me da fare:.. credo che i fan “puri” dei musical, vadano a vedere un musical rappresentato sul grande schermo sempre con un po’ di titubanza(figuriamo poi un’opera diretta da Burton),soprattutto se l’hanno prima visto a teatro, un luogo che crea una magia difficilmente ripetibile al di fuori del teatro stesso (questo loro lo sanno), quindi, secondo me, il rimanere scontenti dal film di Burton solo perché non rispecchia i canoni tradizionali di musical, sarebbe un po’ da stupidi, perché da Burton ci si aspetta di tutto fuorché il tradizionale

  8. Si condivido
    il musical rimane una “cosa” che a teatro ha un senso, e una bellezza, che il cinema non potrà mai dargli, per quanto fatto bene.
    A sto punto urge andare a vederne uno il prima possibile :-P

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