[TV Series] Prison Break stagione 3: recensione

Prison Break stagione 3

AVVERTENZA: nel testo che segue ci sono leggere anticipazioni sulla terza stagione.


Sforbiciata a metà dal noto sciopero degli sceneggiatori che ha messo in ginocchio i palinsesti di tutte le emittenti statunitensi, la terza stagione di Prison Break si ferma a quota 13 episodi dei 22 previsti, proseguendo il racconto dei fratelli Scofield e della loro faida contro la Compagnia, organizzazione all’ombra del governo, che aveva incastrato il fratello nella prima stagione e che ora pare voglia Michael Scofield rinchiuso a Sona per suo oscuro tornaconto.

La seconda stagione si concludeva con il classico cliffhanger: Michael rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Sona, a Panama, assieme a T-Bag, Bellick e Mahone. Scoprirà, suo malgrado, che la carcerazione è premeditata dalla Compagnia, che lo obbliga, sotto ricatto, a far evadere un prigioniero, tale James Whistler, i cui rapporti con l’organizzazione appaiono oscuri e saranno in parte svelati nella parte finale di stagione.

Sebbene in salsa mexicana, l’ambientazione, nuovamente penitenziaria dopo un’intera stagione passata a fuggire attraverso gli Stati Uniti, rappresenta un’involuzione che lascia un po’ indispettiti. Sebbene motivata da altri fini (non è più il fratello condannato a morte che deve essere salvato, ma un personaggio misterioso e forse doppiogiochista) il nuovo tentativo di evasione mette in scena intrecci narrativi già ampiamente utilizzati nella prima stagione. Il meccanismo della serie rimane perfettamente oliato: i tempi sono sempre serratissimi, la tensione intatta, ma sebbene new entry come il boss Lecero o la mercenaria della Compagnia, Gretchen Morgan, cerchino di variare atmosfere e interazioni tra i personaggi, si ha spesso la sensazione che l’intera trama soffra di una ripetitività che toglie pathos e freschezza alla serie.

Alcuni personaggi poi divengono quasi superficiali, come ad esempio Sucre che per buona parte della stagione è quasi accessorio (tanto che la sua sottotrama è priva di interesse alcuno, salvo verso il finale quando diventa parte integrante del piano di fuga).
Mahone stesso, vittima della sua dipendenza da droga, nella prima parte di stagione trascina la sua sottotrama in maniera un po’ stanca e (quasi) svogliata, mentre T-Bag, con un sotterfugio un po’ banale, riesce con troppa facilità a ricoprire un po’ il ruolo che aveva nella prima stagione, riuscendo a inserirsi nell’elite di comando di Lechero e tornando ad essere il solito viscido Jago dello show.

Chi invece si dimostra ben caratterizzato è il personaggio di James Whistler, mai perfettamente inquadrabile, sempre in bilico tra subdolo doppiogiochismo e alleato sincero di Michael Scofield. La sua è una storia che procede in maniera organica e mai compromissoria: piccoli pezzi di puzzle vengono alla luce senza per questo svelare del tutto il suo mistero e il vero rapporto che lo lega alla Compagnia.
Anche Gretchen Morgan è un cattivo (anzi cattiva) tutta d’un pezzo, a volte troppo esageratamente “avanti” ai fratelli Scofield nel prevedere le loro intenzioni, ma mantiene viva la sua parte senza risultare troppo caricaturale o stereotipata, sebbene spesso, come nel resto della serie, spesso si lasci andare a compromessi abbastanza inverosimili (chiaramente sempre per poter far evolvere e continuare lo show).

Perfetto praticamente tutto il cast, come sempre è stato per Prison Break d’altronde. Le new entry sono convincenti e perfette nei loro ruoli. Quello che invece convince meno è appunto il meccanismo, che comincia a incepparsi e mostrare segni di cedimento ormai evidenti. Forse il taglio a metà stagione ha addirittura giovato alla serie, che rischiava di riciclare troppo frequentemente se stessa.

Forse Prison Break avrebbe dovuto concludersi con la seconda stagione. Carcerazione e fuga sarebbero state perfettamente raccontate nell’arco dei 44 episodi. Ma il successo si sa ha le sue regole, e quindi per la quarta stagione sarà auspicabile che Paul Sheuring e il suo team di sceneggiatori trovino qualche soluzione che non riproponga troppo a lungo, logorandole e facendole diventare improbabili, cose già viste nel passato della serie.
La conclusione lascia ben sperare: la preda che, per vendetta, si trasforma in cacciatore, potrebbe sfociare in una nuova direzione salutare per la serie. Quello su cui sarà bene lavorare saranno le trame secondarie. Ad ogni modo, Prison Break rimane una delle serie ancora più interessanti e coinvolgenti che circolano attualmente, e questa stagione conferma tutti i punti di forza dello show. Attendiamo adesso la quarta.

~ di Bilbo Baggins su 20 Febbraio 2008.

2 Risposte to “[TV Series] Prison Break stagione 3: recensione”

  1. Il finale è stato un po’ deludente. Tra l’altro la canzone in coda, jorando, è ripresa da Mulholland Drive. Bella sì, ma in quanto ad originalità…

    La trama d’altronde non è stata proprio convincente, dicendo ben poca cosa sul perché wishtler e mahone si conoscano e in che rapporti sono con Grechel.

    bah

  2. Diciamo che PB è ormai un meccanismo che si è inceppato. Ha funzionato egregiamente per una stagione, già la seconda era meno brillante, nella terza hanno tirato a campare. La quarta che sta andando in onda ora poi, ha definitivamente sancito che lo spettacolo ha ben poco da dire, sebbene sia stato fin dall’inizio puro intrattenimento. Peccato.

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