[MOVIES] American gangster: recensione
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Ascesa e declino di Frank Lucas, da semplice autista a boss della droga della New York anni ‘70.
Il noir di Ridley Scott si inserisce nel filone “gangster movie” ma da un’angolazione nuova: rendere protagonista la black community laddove solitamente si soleva vedere clan italoamericani o i narcotrafficanti di Medellin. Frank Lucas è un Pablo Escobar che gestisce la famiglia e i suoi affari alla maniera di un padrino siciliano. Porta la moglie a Messa la domenica e poi vola in Vietnam per comprare l’eroina dai produttori asiatici. Chiama a vivere con se la madre e i fratelli del South Carolina e uccide a sangue freddo un debitore tra le avenue di Manhattan.
Denzel Washington torna in una parte da villain dopo il precedente “Training day” con la professionalità e bravura che ormai gli sono note. Il suo Frank Lucas è un self-made man di colore che ha dei valori forti in cui crede, davanti ai quali non antepone nient’altro. L’attore è bravo nel rendere l’ambivalenza caratteriale del personaggio: amabile conversatore in una tavola calda e spietato assassino a sangue freddo subito dopo, per poi tornare indisturbato a discutere con i commensali. I suoi sguardi penetranti valgono mille parole, i suoi silenzi presagiscono bufere.
Russel Crowe, alla sua terza collaborazione artistica con Ridley Scott, ha forse meno credibilità nel poliziotto disilluso che studia per la laurea in giurisprudenza mentre indaga sui traffici di droga e lotta in tribunale per la custodia del figlio. Si fatica a credergli quando balbetta alle lezioni di legge per timidezza verso il pubblico, o quando subisce inerme i soprusi dei colleghi poliziotti “al di la del ponte”. Si tende sempre ad aspettarsi reazioni più “gladiatorie”, ma è forse un’errata percezione dovuta alle note vicende personali legate all’attore. Così come in “Una buona annata“, Crowe dimostra di saper destreggiarsi anche in ruoli meno “fisici” e più intellettuali, come è in fondo Richie Roberts, un detective più riflessivo che impulsivo, talmente onesto da ispirare le antipatie e l’odio dei colleghi corrotti.
Il film, che dura abbondantemente sopra le due ore, ha forse nella prima ora qualche lungaggine di troppo, importante per presentare il background dei personaggi, ma a volte un po’ lenta e noiosa. Quando però i pezzi dello scacchiere vengono delineati e si inizia ad assistere alla partita tra l’inconsapevole ricercato e il detective sulle sue tracce il film decolla e appassiona, descrivendo alla meraviglia la New York di quegli anni, i traffici e i giochi di potere, lo sfruttamento della guerra in Vietnam per importare la droga e i taciuti rapporti che legavano i clan mafiosi alla polizia corrotta.
La regia di Scott, che con la sua New York plumbea e metropolitana spesso ricorda le inarrivabili immagini di Michael Mann, è abile nel districarsi tra le sottotrame che si sviluppano e si intrecciano continuamente. Spesso si fa uso di ellissi e immagini implicite ma lo svolgersi della trama è sempre chiaro, anche per merito di un’ottima sceneggiatura di Steven Zaillian.
Forse il “duello” tra Crowe e Washington non ha la stessa drammatica epicità di quello Hanna-McCauley di “Heat – La sfida” (ma il trittico De Niro-Pacino-Mann ha anche uno spessore artistico di tutt’altra levatura) però il film rimane serrato e godibile fino alla sua conclusione dove, una volta tanto in controtendenza al genere noir, sono finalmente i buoni a vincere (e convincere).

fabbiuzzz, pure qui non concordo…. (ma che te lo scrivo a fa’, per romperti???)
dopo un bellissimo inizio (costumi pazzeschi, fotografia eccellente, caratterizzazione ottima – soprattutto il compagni di russell mi era piaciuto) i personaggi (un denzel washington quasi piu’ MalcolmX di spike lee che un Alonzo di training day) si incanalano su binari da cui secondo me non riescono ad uscire (vabbe’ da un poliziesco che cosa ci si aspetta…) e il regista secondo me finisce per giocare con il fuoco (la scena della messa durante la quale Lucas fa la carneficina mi ha fatto innervosire -tanto pensavo all’amato padrino).
perche’ non mi e’ piaciuto? il buono era TROPPO buono, il cattivo NON ABBASTANZA cattivo, non capisco le (stupende, per carita’) donnine nude che tagliavano coca ad harlem….
un po’ intoccabili, un po’ padrino, un po’ malcolm x.
pero’ rispondimi, eh!
ciauz, ale
eh eh eh ma a me fa piacere che chi mi legga non la pensi per forza di cose come me
Però rimango della mia idea: l’inizio del film è piuttosto fiacco, ma poi la bravura di Scott (perchè alla fine, anche se non fa più film come Alien o Blade Runner, l’inglese rimane un regista dalla bravura visiva incontestabile) ha saputo alzare il ritmo e concludere il film in maniera tutto sommato degna e appassionante.
Sui personaggi non del tutto convincenti mi pare di averlo detto nel l’articolo: forse mi ha convinto meno Russel di Denzel, sempre bravo, però non sono malaccio.
Ah le tipe che tagliano coca sono nude perhè così non ne rubano nemmeno un po
HOLA