[MOVIES] UP: recensione

•27 Ottobre 2009 • 2 Commenti

UP

Il percorso artistico di Pixar, che da qualche anno predilige soggetti più adulti per i propri film, continua con “Up”, pellicola d’animazione contraddistinta dall’usuale ironia e comicità, ma che non nasconde, come d’altronde faceva il precedente “Wall•E”, la sua volontà di essere anche (e sopratutto) film per tutti, e non solo confinata alla produzione dedicata alle fasce di spettatori più giovani.

Pochi bambini infatti capiranno davvero il senso di struggente solitudine che investe il signor Fredricksen, rimasto da poco vedovo. L’inizio della sua storia d’amore, i sogni fanciulleschi che lentamente si accantonano per far fronte agli inconvenienti quotidiani, il ticchettio inesorabile di una vita sì piena, ma mai completamente vissuta come la si era immaginata, sono sensazioni precluse a chi non le abbia provate, almeno in parte. Ma è giusto così. Smessa la corsa tecnologica ai virtousismi in CGI, Pixar ha ora la possibilità di soffermarsi sulle proprie storie. E come la casa che si alza in volo, trascinata verso il cielo da centinaia di palloncini, anche il film di Docter e Peterson ha un inizio fulminante, commovente e trascinante.

Peccato poi per il segmento centrale, nel quale la parte avventurosa risulta meno interessante ed ispirata rispetto ai primi minuti. L’arrivo alle cascate, lo scontro con il cattivo, il percorso umano dei personaggi rinetrano su canoni più tradizionali, da film per famiglie, ma è probabilmente ancora troppo presto per vedere un film d’animazione che sia veramente “solo” per adulti. Senza contare le conseguenze commerciali che una scelta di questo tipo comporterebbe.

Anche così, UP dimostra (e conferma) l’abilità acquisita da Pixar nel confezionare storie sempre stimolanti e divertenti, che sanno parlare su più livelli, pur mantenendosi accessibili a tutti. In realtà, poco importa che il film sia il primo ad essere realizzato in 3D dalla casa americana. UP merita anche solo per quello che racconta, e la tridimensionalità è solo un orpello, per quanto gradito, ad un film che merita comunque visione.

[MOVIES] Una Notte Da Leoni: recensione

•9 Settembre 2009 • Lascia un Commento

Notte_Leoni

“Ciò che succede a Las Vegas, rimane a Las Vegas”. Mai parole furono più profetiche, sopratutto per il quartetto di amici in festa d’addio al celibato nella capitale dei vizi, che della notte bagorda non hanno memoria alcuna. Si svegliano nella suite ridotta a cumulo di macerie, con un neonato sconosciuto nell’armadio, una tigre in bagno, un’auto della polizia parcheggiata a loro nome, e addirittura un dente scomparso. Ma cosa è successo? Inizia così, in medias res, con lo sposo ancora latitante a 5 ore dal matrimonio e l’amico disperato al cellulare con la futura moglie, l’ultima commedia demenziale di Todd Phillips, di cui si ricordano, più che i precedenti come regista, la sua sceneggiatura del plurimiliardario “Borat”.

Ma laddove Borat seguiva un andamento più lineare, quasi da documentario (ovviamente fittizio), qui si procede per accumulo, il che sembra incredibile vista la premessa iniziale: possibile che ai tre sprovveduti amici possa succedere qualcosa di peggio di quanto non stiano già sperimentando al risveglio poco fortunato? Ovviamente si. Ed è in questa scelta di sceneggiatura, che ricostruisce pian piano, assieme allo spettatore, la sequenza di eventi che hanno portato al disastro più totale, la mossa vincente del film. Protagonisti e pubblico sono messi sullo stesso piano, entrambi “bisognosi” di (ri)scoprire il recente passato, ovviamente intuibile ma offuscato dalla memoria che non ha mantenuto traccia di quanto accaduto.

Irriverente e sboccato, Una Notte Da Leoni ha il ritmo perfetto delle commedie surreali e sporcaccione quel tanto che basta a renderlo sottilmente furbetto ma divertente. Non tutte le gag funzionano a dovere (alcune, come la dimostrazione del taser alla scolaresca, semplicemente non fanno ridere) ma lo sviluppo della trama, che denota una certa volontà di scrittura non banale (l’incipit e il conseguente rewind temporale, riallacciandosi poi per il finale) ne fanno un ottimo esempio di comicità intelligente, mai volgare nonostante lo stile demenziale e la presenza (quasi industriale) di doppi sensi a sfondo sessuale. E quando il film pare lanciato alla tranquilla conclusione, c’è pure posto per un piccolo tocco di genio finale, del quale è proibitissimo parlare, a (ri)prova che spesso la semplicità è la migliore delle scelte possibili. Sane risate.

[MOVIES] Harry Potter e il Principe Mezzosangue: recensione

•30 Agosto 2009 • Lascia un Commento

HP6

Ormai, l’appuntamento con un nuovo episodio della saga potteriana è paragonabile all’appuntamento con il cinepanettone natalizio: gli ingredienti sono noti, e si sa già cosa aspettarsi. Questo sesto film non fa eccezione. La solita sottotrama misteriosa (in questo caso, l’identità del Principe Mezzosangue del titolo, autore di alcuni appunti illuminanti raccolti nel libro di pozioni trovato da Harry), qualche ulteriore rivelazione sul passato del maghetto con la cicatrice a forma di Z, inediti tasselli sulla vita di Tom alias Voldemort, e una spruzzatina di romanticismo adolescenziale che movimenta la vita di Potter e compagni (anche per acquisita età anagrafica).

Traghettatore verso l’episodio finale, questo Principe Mezzosangue scatena, nel bene e nel male, tutti i sentimenti contrastanti che hanno ugualmente scatenato i precedenti: i fan del libro saranno disgustati dai tagli operati, mentre gli affezionati della trasposizione cinematografica si troveranno (ri)catapultati in una storia che si fa sempre più cupa e oscura. I nodi stanno venendo al pettine, e con mestiere il regista Yates dirige un film tutto sommato onesto, così come lo era il precedente, e come probabilmente lo sarà il doppio finale.

Al sesto appuntamento, la saga non ha nulla più da dire se non a chi è interessato alla vicenda. Disinteressata alla fedeltà letteraria, di cui comunque elimina, nella maggior parte dei casi, eventi minori e sottotrame trascurabili, la Potter-saga si prepara al gran finale. I pezzi vengono disposti sulla scacchiera che farà da cornice all’ultima battaglia. Senza esaltare, ma senza nemmeno spregiare l’opera d’origine, viene traghettato su celluloide un intero immaginario, affascinante sia nella sua forma scritta, ma altrettanto nella sua interpretazione visiva. A patto di esserne un fan, che è, banalmente, il (pre)requisito fondamentale di ogni affiliazione cinematografica. Ma su questo il caro Potter può dormire sonni tranquilli.

[MOVIES] Martyrs: recensione

•25 Agosto 2009 • 2 Commenti

Martyrs

Sfugge il senso di questo Martyrs. In realtà, sfugge il senso dell’intero genere, quel torture-porn inaugurato, almeno presso il grande pubblico, da “Hostel” in poi. Sfugge non tanto per bigottismo o per reticenze morali (comunque giustificate), quanto perchè alla fine della visione si rimane francamente basiti. E’ un horror? Macchè. Non c’è una scena, una!, che faccia spavento, o perlomeno sussultare sulla sedia. Un thriller? Nemmeno per sogno. Una riflessione, per quanto estrema, sulla violenza? Figuriamoci.

Martyrs è semplicemente un filmaccio che si prende sul serio, sorretto da una trama il cui colpo di scena finale avrebbe sfigurato in un episodio de “Ai Confini della Realtà” degli anni ‘60, figuriamoci in un film francese del nuovo millennio, il cui unico scopo, probabilmente, è spostare i limiti della visione più di quanto fosse stato fatto prima. Un po’ poco, e un po’ troppo furbo, per giustificare l’operazione.

Che il genere possa piacere, o abbia la sua ragione d’essere, è quantomeno opinabile. In tutta l’ingarbugliata vicenda, o finta tale, non ci si sofferma mai sulle ragioni, sulle conseguenze, sull’a(im)moralità che travolge lo spettatore. Manca perfino l’irresistibile ironia che rendeva insuperabili i gore americani degli Anni ‘80; quelli sì specchi deformanti di una società che era ben più terrificante di quello che passava sullo schermo. Qualcuno potrà obiettare che film estremi come questo rappresentano puro intrattenimento, l’altra faccia (deformata) degli altrettanto vuoti blockbuster (ultra)commerciali. Sarà. Però un po’ inquieta.

[MOVIES] Crossing Over: recensione

•10 Luglio 2009 • Lascia un Commento

Crossing

Dolorosissimo film sui confini (culturali, sociali, ideologici) che dilaniano quella che è la polveriera etnica chiamata Stati Uniti, Crossing Over è un esempio di cinema come ci piacerebbe vedere sempre più spesso, sopratutto quando (udite udite) batte bandiera a stelle e strisce. Quasi un miracolo, in questi tempi di crisi cinematografica (e non).

Vite (stra)ordinarie si intrecciano in una Los Angeles che sembra uscita da un film di Paul Haggis (Crash), porto ultimo dei più disparati esempi di (varia) umanità. Tutti alla ricerca di una fine alla loro miseria. Tutti irrimediabilmente clandestini (indesiderati), in un paese che dopo l’11 settembre si è riscoperto ancora più ferito e spaventato dal “diverso”. Ognuno con la speranza di una carta (la green card) che metta fine alla propria incomunicabile sofferenza. Varie storie si intrecciano indagando le speranze, le illusioni (e le disillusioni), i sacrifici, la false promesse che l’America offre oggi a chi, in America, crede ancora di trovare un posto dove esaudire i propri sogni. Sempre più ghettizzati, sempre più strumentalizzati da un sistema che, lanciato orwellianamente all’eliminazione di qualsiasi minaccia (vera o presunta) ritiene ragionevole distruggere le vite di intere famiglie a causa di un tema a scuola.

Fa riflettere Crossing Over, nononstante gli evidenti sotterfugi di sceneggiatura. A volte mostra pure il fianco a prevedibili svolte nella storia. Ma ciò che lo rende prezioso è la sua innegabile sincerità, il suo non tirarsi indietro di fronte all’irrazionalità cinica e sorda, restando lucido e rifiutando il compromesso. Anche quando ritrae il giuramento dei “Nuovi Americani”, con l’intonazione dell’inno nazionale, dribbla la cerimonia e sposta l’attenzione sull’ordinaria follia che divora gli uomini, incapaci di parlarsi l’un l’altro e accettare le diversità. Teso e e pessimista, ritrae un mondo dove voragini dividono le persone. Vuoti che sembrano tristemente incolmabili. Talmente crudo da spingere i fratelli Weinstein (produttori della pellicola) a decurtarla di 20 minuti, nonostante il regista Wayne Kramer avesse per contratto il “final cut”, e a spingere Sean Penn, che nel film aveva una piccola parte, a chiedere di essere eliminato dal montaggio finale (anche se il motivo pare essere la forte reazione negativa del NIAC, l’associazione degli iraniani in America a cui l’attore spesso ha dimostrato tutta la sua solidarietà, che ha definito il film diffamatorio).

Ma anche così Crossing Over è un film importante e necessario, una visione realista, per quanto esasperata, di un mondo alla deriva che sembra aver smarrito umanità e compassione. Un viaggio scomodo che non disdegna la commozione, anche quando non offre alcuno spiraglio liberatorio. Sperando in un Director’s Cut in DVD, al più presto.

[MOVIES] Angeli e Demoni: recensione

•4 Luglio 2009 • Lascia un Commento

Angeli

Beh, ogni tanto capita che un po’, alla fine, ci si ricrede. Certo non vuol dire, magicamente, trasformarsi in sostenitori, o addirittura in fan. Tuttavia qualche veleno retroattivo si diluisce, un po’ ci si rimbonisce, e magari ci si riscopre pure a seguire con inaspettato, seppur debole, interesse lo svolgersi della vicenda. Angeli e Demoni è un giocattolone fintamente colto, che osa sparare alto (l’antimateria!), e un po’ se ne frega del verismo storico (e fin qui, può anche andare bene, non è un documentario di History Channel). Eppure, rispetto al disastroso Codice Da Vinci, ha il dono del ritmo, una storia fantasiosa ma più coerente, nonostante (e prevedibilmente) le classiche cadute di stile da polpettone hollywoodiano, e sa giocare meglio le sue carte, complice un’ambientazione, il Vaticano, e l’assortimento vario di Papi, Vescovi e fumate di varia cromia per l’arrivo del nuovo Pontefice, che esercitano sempre il suo bel fascino.

Non si chieda null’altro che qualche ora di mero intrattenimento. E in questo, Angeli e Demoni sa il fatto suo. Nonostante l’evidente “mestierantismo” di regia e interpretazioni, nonostante le esigenze da viral marketing (belle le Lancia che sfrecciano con tempi da Formula 1 tra le vie intasate di Roma) e nonostante il nome di peso che ormai Dan Brown e le sue opere esercitano sull’immaginario collettivo, il film si lascia apprezzare quel tanto che basta per non uscire dal cinema infastiditi, come invece succedeva con l’illustre predecessore. E a conti fatti, viste le credenziali, sembra già un piccolo miracolo.

[MOVIES] Terminator Salvation: recensione

•28 Giugno 2009 • Lascia un Commento

TS

Inutile. Privato (per necessità? per scelta?) del suo creatore James Cameron, la saga di Terminator sembra smarrita e fatica a ritrovare se stessa. Se il terzo capitolo era prodotto di routine, la cui unica idea risiedeva nella “femminizzazione” del terminator-killer, in questo quarto(?) capitolo della serie, primo di una nuova trilogia, le premesse sono di sicuro migliori: basta cyborg spediti indietro nel tempo per uccidere il giovane John Connor. Ora l’azione si sposta nel “vero” presente filmico. La terra nuclearizzata da Skynet fa da sfondo alla guerra tra uomini e macchine. Il messaggio finale di Terminator 2 forse non era corretto. Il futuro, era “comunque” deciso.

Ciò però che affonda l’intera operazione Salvation, è il suo perdere di vista il senso intimo della storia. Che non è mai stato solamente una lotta tra l’uomo e la sua modernizzazione tecnologica, ma tra la razza umana e la sua capacità di guardare al futuro senza (auto)distrugger(si). Il futuro sembrava ineluttabile e scritto, ma rimaneva la speranza, e la volontà, di cambiarlo. Il coraggio di cambiarlo.

In Salvation è tutto già successo. Privato del suo aspetto filosofico, lo script si limita a raccontare una storia di per se già ampiamente conosciuta, che diviene interessante solo nei momenti in cui si collega ai (noti) fatti passati. L’unico spunto sinceramente originale del film, il personaggio interpretato da Sam Worthington, è trattato in maniera debole, superficiale, senza chiedersi (come forse avrebbe fatto Cameron) quali siano le implicite (ed esplicite) conseguenze di ciò che gli accade. Si limita ad essere trait-d’union con il capostipite, una dichiarazione d’intenti funzionale più sulla carta che non all’interno di un film troppo debole e fiacco per meritarsi i plausi riservati ai predecessori (escluso, chiaramente, il terzo).

La parte più ardua è capire se la sterilità del film sia colpa del regista McG, non certo un maestro, o della coppia di sceneggiatori Jonathan Nolan-Paul Haggis, che altrove hanno invece ampiamente dimostrato la loro bravura. Quale che sia la causa, rimane il gusto amaro di un’occasione sprecata. Un filmetto d’azione che si adagia sui canoni imposti dal Bay-pensiero, e che della fascinazione catartica della macchina senziente che si ribella all’uomo, perde qualsiasi connotazione romanzesca. Peccato.

[MOVIES] Earth La Nostra Terra: recensione

•6 Maggio 2009 • Lascia un Commento

Earth

Basterebbe “snocciolare” i numeri di questa pellicola, distribuita dalla neo-etichetta DisneyNature e curata dalla BBC, per rendersi conto dell’enorme lavoro dietro “Earth: la Nostra Terra”. Budget di 25 milioni di euro, oltre 1000 ore di riprese in alta definizione, più di 200 location filmate in tutto il mondo da 40 troupe che hanno scalato montagne, attraversato ghiacciai e deserti, sorvolato intere nazioni, per catturare lo spirito più vero della nostra Terra.
Sforzo produttivo che già era stato raccolto in un cofanetto di 5 DVD (ma era disponibile anche in BluRay e HDDVD) chiamato “Planet Earth”, ma che ora, per l’Earth Day, esce anche in forma brevis nelle sale di tutta Italia.

In tempi di riscaldamento globale, innumerevoli sono stati i documentari prodotti. Ma le emozioni racchiuse nelle immagini di quest’opera magna di Alastair Fothergill e Mark Linfield trovano pochi eguali. “Earth: la Nostra Terra” non riconcilia solo con l’essenza intima del documentario, inteso come finestra neutrale sul nostro mondo (la pellicola non mostra solo paesaggi mozzafiato e specie esotiche, ma anche le leggi impietose che determinano la sopravvivenza e la morte nel regno animale), ma trae forza dalle ultime tecnologie che permettono nuove ed emozionanti riprese. L’alternanza delle stagioni, racchiusa in pochi secondi, diventa spettacolo che difficilmente lascia insensibili, così come l’avanzamento dei ghiacci polari, o le aurore boreali.

Particolare enfasi viene riservata alle sequenze di caccia animale, immortalate in ralenty e commentate da una colonna sonora incisiva, che descrivono in maniera drammatica, eppure priva di qualsiasi morale, il continuo ciclo di vita e morte. Ma non mancano anche sequenze più comiche, come i buffi rituali di accoppiamento di alcune specie volatili, o i primi passi incerti dei cuccioli di orsi polari. E la visione diventa addirittura maestosa quando la camera si alza volo, e mostra in tutta la sua poderosa magniloquenza, l’estensione infinita dei più grandi ecosistemi della Terra, dalle distese antartiche alle dune arse dei deserti, dall’immobilismo onirico dei boschi di conifere della Tundra, all’imponenza delle foreste tropicali.

Sebbene il consiglio sia quello di recuperare l’opera completa in DVD, magari nella versione in alta definizione, e godersi per esteso l’intera visione, la trasposizione cinematografica di “Earth” mantiene intatta tutta la sua ricchezza. Un’esperienza, non solamente pedagogica ma sopratutto visivamente mastodontica, che con enfasi mostra quanto sia vasta, e preziosa, la complessità organica del nostro pianeta, senza dimenticarsi di ricordare quanto sia costantemente messa a repentaglio dalla condotta sconsiderata di una sola specia. La nostra.

[MOVIES] Che L’Argentino: recensione

•25 Aprile 2009 • Lascia un Commento

che1

Confrontarsi con uno dei miti del vent(un)esimo secolo, non è mai semplice. Per nessuno.
Inutile anche solo accennare cosa rappresenti Che Guevara oggi: la sua icona è riprodotta ovunque, e il suo percorso umano è divenuto simbolo di così tante correnti di pensiero, rivoluzionarie, umaniste, progressiste, politiche, che forse è difficile addirittura tracciarne il sentiero originale. Al di là del mito però, Ernesto Che Guevara era prima di tutto un fine pensatore, un uomo il cui sogno di uguaglianza ed emancipazione culturale e razziale dell’America Latina, scandiva ogni suo attimo.

Per questo dittico dedicato alla figura del medico argentino (Che Guerriglia sarà nelle sale italiane dal 1 maggio) Steven Soderbergh sceglie, saggiamente, di evitare le trappole del Mito, e concentrarsi invece sulla figura umana. Alla base della pellicola infatti, c’è il testo scritto che Guevara stesso: “Diaro della Rivoluzione Cubana”. E per tutto il film, Benicio Del Toro, in un processo di immedesimazione che ha quasi del miracoloso, sopratutto alla luce dell’evidente somiglianza, esplora la dimensione umana dell’icona della Rivoluzione Cubana, evitando il sensazionalismo, la retorica, la facile celebrazione di una leggenda, ma concentrandosi invece sulla descrizione, quasi documentaristica, della quotidianità di un idealista che decise di concretizzare la sua utopia.

Dal punto di vista cinematografico, il film si avvale di una costruzione ad incastri che alterna diversi momenti storici degli eventi che hanno portato alla destituzione di Batista e alla vittoria del movimento del 26 luglio. La cena a casa di Castro (che apre e chiude la pellicola), l’intervista alla nota emittente americana, l’intervento presso le Nazioni Unite, e sopratutto i giorni passati tra le foreste nell’avanzata verso l’Avana, scandiscono i momenti di questo film che volutamente, in virtù della scelta fatta, rendono alla perfezione la statura umana del personaggio. Soderbergh, intelligentemente, preferisce mostrare, piuttosto che giudicare, lasciando che il film quasi si sviluppi da se. Il suo non è mai stato cinema d’azione: l’indipendentismo cinematografico qui si sposa alla perfezione con l’intento intellettuale, e la pellicola gode di quell’onestà che fanno grandi i biopic (sebbene lo stesso Soderbergh abbia voluto precisare che trattasi di opera diametralmente opposta alla concezione attuale di un film biografico).

Forse, il rischio è che tale rigore limiti la partecipazione emotiva. Ma allo stesso tempo, rinunciando alle prevedibili fanfare, Che L’Argentino si dimostra capace di raccontare una dimensione meno conosciuta e più “reale” di una figura che, nel corso degli anni, ha accumulato a dismisura gli  inevitabili eccessi di una “beatificazione” popolare a livello mondiale. Anche se taluni passaggi sembrano quasi sminuire la portata di alcuni accadimenti fondamentali (la presa dell’Avana sopratutto) il film convince proprio grazie alla sua intima onestà intellettuale: amato od odiato che sia, Guevara era un uomo convinto del proprio ideale supremo di uguaglianza sociale, e l’impegno profuso nella lotta armata per la sua attuazione incondizionata, è un aspetto che il la pellicola rende alla perfezione. Ed è questo il suo più grande merito. Tutto il resto, era semplicemente marginale.

[MOVIES] L’Onda: recensione

•23 Aprile 2009 • Lascia un Commento

londa

L’assunto è interessante e inquietante al tempo stesso: potrebbe, nella moderna e democratica Germania, germogliare nuovamente quel sentimento razzista e xenofobo che negli anni ‘30 favorì l’ascesa del nazionalsocialismo e del Terzo Reich? Su questo riflette il professor Rainer, quando si trova di fronte ad una classe che nega fermamente la possibilità di tale ipotesi. E per dimostrarne la veridicità, tenta un esperimento: per una settimana, instaurerà all’interno delle mura scolastiche metodologie, retorica, leggi e abitudini in voga negli anni del nazismo. Nasce così l’Onda, un movimento al quale gli studenti, in principio sospettosi, iniziano ad aderire e ad accettarne regole e soprusi, fomentando l’odio da cui credevano di essere immuni.

Film teorico girato quasi fosse un documentario, L’Onda è lo specchio perfetto dell’Occidente moderno: in apparenza borghese e multiculturale, ma in profondità ancora percorso da ataviche pulsioni di violenza, di rifiuto del diverso, disperatamente bisognoso di un senso d’appartenenza che rade al suolo il pensiero individuale.
Una sorta di manifesto d’intenti, con qualche cedimento strutturale e qualche passaggio didascalico (come la vittima sacrificale suggella la discesa negli inferi del non-pensiero) ma che complessivamente mantiene inalterata la sua carica comunicativa, con una preciso atto d’accusa che vorremmo infondato ed invece sappiamo ancora presente.

Un film graziato anche da un’ambientazione e un cast perfetti,  credibilissimi nella loro assoluta normalità, che è poi la condizione sociale tipica nella quale crescono i mostri. Nella sua onestà intellettuale, L’Onda si dimostra perfetto per la visione nelle scuole. Ma è anche utile per chi crede che, nel mondo moderno dove le barriere e le distanze culturali paiono affievolite dalle possibilità della grande comunicazione globale come internet, non possano più nascere odio e avversione per il diverso. Il pericolo è sempre più vicino di quanto non pensiamo.