[MOVIES] Avatar: recensione

•24 gennaio 2010 • 1 commento

E così, alla fine, eccolo qui.
Superfluo ricordare le innumerevoli speculazioni, le aspettative, le promesse che questa avveneristica pellicola ha riscosso presso il pubblico e gli addetti ai lavori negli anni della sua lunga gestazione. Destinato, fin dal principio, alla metodica celebrazione anche solo per il semplice fatto di essere l’opera direttamente successiva, nella cinematografia di James Cameron, al film-fenomeno del millennio scorso (occorre citarlo?) Avatar è lavoro di difficile decifrazione. Perchè non trattasi semplicemente film, ma sarà, nelle speranze dell’industria, il perno salvifico su cui il cinema del futuro poggerà per risollevarsi dagli sconquassi che il digital downloading sta inesorabilmente causando. L’innovativo 3D di cui fa uso, elemento peculiare per cui l’opera di Cameron è stata leggendaria fin dai primi stadi di pre-visualizing, non è più semplice orpello, ma diviene elemento in essere della sua stessa esistenza. Vale a dire (invero un po’ oziosamente) che non è tanto Avatar ad esistere perchè ora esiste il 3D in grado di generarlo, ma il suo esatto contrario. Il 3D attuale è stato inventato affinchè potesse dare forma alla visione originale di Cameron.

Qualsiasi critica al film quindi, non può sciogliere questo indissolubile legame, poichè arte e tecnica sono qui fuse nel formare un corpus unico senza precedenti nella storia del cinema. E di questo, a Cameron, va dato doverosamente atto. Dopo essere stato il “Re del Mondo” grazie al transatlantico più celebre della celluloide, avrebbe potuto vivere di rendita per il resto dei suoi giorni. Fare immersioni fino a farsi crescere le branchie. Invece no. Cameron è mente lucida e mai doma, amante delle sfide e del rischio. E infatti cosa fa?
Osa.
Ancora una volta.
Osa andare fino a Tokyo dagli ingegneri HD di Sony ed “esigere” la creazione di una nuova telecamera 3D che possa dare vita alle sue visioni. Osa attendere 12 anni (in cui non solo non rimane in ozio, ma anzi sperimenta continuamente la nuova tecnologia, in attesa di quella che verrà) per realizzare un altro film dopo il successo più grosso del mondo del cinema, nonostante la consapevolezza che qualsiasi cosa avesse voluto realizzare, sarebbe stata prontamente finanziata. Osa utilizzare quasi 250 milioni di dollari per un film in computer graphic con protagonisti una versione ipervitaminizzata dei puffi. Genio o follia? Dilemma vecchio, e, ancora una volta, meramente ozioso. Di cui probabilmente Cameron se ne infischia. Perchè, come dice il vecchio adagio, chi sa fare fa, chi non sa fare insegna. E al buon James insegnare non interessa.

Che Cameron non fosse fine intellettuale, si sapeva da tempo. In fondo, al di la della brillante intuizione del Terminator, tutta la sua carriera testimonia le sue doti non propriamente esaltanti di sceneggiatore. Fosse stato un emulo dei Kerouac o degli Hemingway non si sarebbe certo laureato in fisica.
Ma è un visionario.
Un uomo in grado di vedere al di la di ciò che esiste. Di prefigurare mondi non conosciuti. E, grazie anche alle sue doti di disegnatore, di darvi precisa forma figurativa.
Che Avatar quindi deluda sotto l’aspetto puramente narrativo, è qualcosa che sorprende solo gli sprovveduti, solo chi nelle quasi tre ore del Titanic probabilmente pensava ad altro, ed era immune al continuo sciorinamento di luoghi comuni e archetipi stantii di un romanzetto di quart’ordine incastonato nel motore possente di un film dalla regia e dall’effettistica rivoluzionarie.
In questo senso, Avatar ne è l’esatta prosecuzione. Concedendoci una sorta di esemplificazione, è come una montagna russa: da fuori, si può imparare a memoria ogni singola variazione: la lunga picchiata iniziale, i giri della morte, le doppie rotazioni, le curve a velocità folli, così da poter dire, una volta saliti, di conoscere esattamente ogni caratteristica del percorso. Ma quando si sale, la (pre)conoscenza perde di significato, poichè l’esperienza diretta ha il sopravvento su tutto il resto. Avatar è una montagna russa. Quale piega possa prendere la trama, è chiara fin dai titoli di testa. E non è esagerazione. Ma la potenza visiva del suo mondo, lo stupore generato dai cangianti giochi cromatici e di luce, il poderoso senso di scoperta che si prova quando Jack Sully entra in contatto per la prima volta con la flora e la fauna di Pandora, sono squisitamente reali.
E la magia funziona. Un po’ ci si crede, anche se quel senso di dejà-vu non se ne va mai del tutto. Ma è tutto talmente florido, così immaginifico e potente, che ci si lascia trasportare dalla storia.

Avatar non poteva essere niente più di questo. Caricato da anni di continue speculazioni, di promesse (mantenute?) sull’ascesa e affermazione dell’esperienza 3D, sulla (re)invenzione dell’industria cinema, non poteva che dimostrarsi per quel che è: un’opera dalla tecnica devastante, con un 3D coinvolgente poichè usato in maniera finalmente organica alla storia, e non scimmiottato con pretese da fanta-parco giochi come alcuni primi film avevano fatto. Irriproducibile da un file avi scaricato chissà dove, e che lascia speranze di ripresa per un’intera industria che da qui deve ripartire, almeno per quanto concerne le produzioni ad alto budget.
Un film più di testa che di cuore, come è sempre stato nelle corde di Cameron. Che adesso, vinta l’ennesima sfida (i botteghini gli stanno dando ragione) può prendersi tutto il tempo che vuole per (re)immaginare la nuova frontiera del cinema. E da lui, ormai è chiaro, possiamo aspettarci l’ennesima vittoria.

[MOVIES] Dorian Gray: recensione

•6 gennaio 2010 • Lascia un commento

Trasporre un classico non è mai facile. Quando si tratta di un grande classico, come il capolavoro senza tempo di Oscar Wilde, può essere addirittura impossibile. Perchè le fini implicazioni di questa (straconosciuta) storia di decadenza e perdizione, difficilmente riescono a rendere su schermo se dietro non c’è il genio in grado di trasformarle in immagini altrettanto potenti ed evocative come le parole scritte.

Oliver Parker, al suo terzo incontro col fine scrittore irlandese (i precedenti sono stati “Un Uomo Ideale” e “L’Importanza Di Chiamarsi Ernesto”) dimostra di non possedere quel tocco magico capace di reinterpretare il romanzo e renderlo materiale narrativo che colpisca la mente e il cuore dello spettatore cinematografico. Il suo è il tipico “compitino” (termine sgradevole ma qui obbligatoriamente necessario) che non rende giustizia alle provocazioni al vetriolo con cui Wilde riempiva i suoi scritti. Certo un’epoca è passata dalle atmosfere di inizio novecento della Londra di Dorian Gray, ma mai storia si dimostra più profetica nel portare alla luce ipocrisie rimaste intatte oggi come allora.

Il film invece indugia in un estetismo da filmetto patinato, che della caduta in disgrazia del giovane e puro Dorian Gray ne sfrutta solo la componente superficiale e modaiola, permettendo all’emergente Ben Barnes di mostrarsi in scene che vorrebbero essere disturbanti e invece paiono solo fintamente costruite. Anche lo sferzante cinismo di Henry Wotton (interpretato da un abulico Colin Firth, vagamente svogliato) è diluito dal generale clima da onesta trasposizione che affligge la pellicola di Parker. Tacendo poi delle (superflue) modifiche apportate alla storia originale (frutto della sceneggiatura di Toby Finley), che davvero nulla aggiungono, ma anzi paiono totalmente gratuite.

Si salva solo l’ambientazione, evocativa nel riprodurre la Londra di inizio secolo scorso, coacervo di miseria e nobiltà che convivono ai due lati della stessa strada. Ma è davvero troppo poco, contando anche il testo originale, attuale come lo era ai tempi in cui fu scritto. Dimostrazione della fine mente di uno scrittore (molto) avanti ai tempi in cui viveva. A cui Parker, purtroppo, rende poca gloria. Peccato.

[MOVIES] Brothers: recensione

•1 gennaio 2010 • Lascia un commento

Per il suo ritorno al cinema dai tempi di “In America” – evito volutamente la (s)parentesi del film di 50 Cent, bollandola come “incidentucolo” di percorso – Jim Sheridan rifà il danese “Non Desiderare La Donna d’Altri” e lo contestualizza negli Stati Uniti d’oggi.
Figlio esemplare il primo, pecora nera di famiglia il secondo, Sam e Tommy sono due fratelli che nonostante tutto si vogliono bene. Divisi da aspettative disilluse e responsabilità infrante, tengono intatto il loro legame attraverso i fallimenti e le mancanze di Tom, cresciuto fin da piccolo all’ombra dell’ingombrante fratello. Un incidente in Afghanistam però rimetterà in discussione tutti i ruoli e le relazioni tra di loro, preludendo all’attesa catarsi.

Sheridan è regista che ama accalorarsi coi contrasti che lacerano vite e coscienze. Sa filmarli e metterli in scena senza scadere nel pietismo o vittimismo, mantendosi sempre in equilibrio tra partitura drammatica ed esigenza narrativa. “Brothers” ne è l’ulteriore riprova. Guarda al conflitto afghano – “gigante scomodo” dell’industria di Hollywood – senza strascichi ideologici né supponenti velleità politiche, lasciando che siano i personaggi e mostrarne le conseguenze. Sopratutto, sa fin dai tempi di Day Lewis in “Nel Nome del Padre” e “The Boxer”, che solo una convincente prova di attori può rendere davvero viva una storia. E la parte del leone, nel trittico di talentuosi protagonisti, la fa colui dal quale forse ci si aspettava meno, Tobey Maguire, capace di personificare, col suo sguardo allucinato (e allucinante) la discesa nell’oblio di un reduce il cui mondo si sgretola con incomprensibile ferocia.

Senza rinunciare ai sentimenti, “Brothers” è quasi un film d’altri tempi: classico nell’impianto narrativo, ma mai desideroso di mostrarsi furbo o accondiscendente. Lascia spazio agli attori di mostrarsi, interagire, evolversi senza accelerare sui tempi, senza sotterfugi narrativi, ma con un sincero amore verso il potere del cinema di raccontare una storia, senza compromessi. Ulteriore riprova che Sheridan sa raccontare di personaggi sconfitti con vivida e lucidissima partecipazione emotiva. Non è cosa da poco. Pezzo finale degli U2, che alla pellicola dedicano l’inedita “Winter” e la bellissima e struggente “Bad”.

[MOVIES] UP: recensione

•27 ottobre 2009 • 3 commenti

UP

Il percorso artistico di Pixar, che da qualche anno predilige soggetti più adulti per i propri film, continua con “Up”, pellicola d’animazione contraddistinta dall’usuale ironia e comicità, ma che non nasconde, come d’altronde faceva il precedente “Wall•E”, la sua volontà di essere anche (e sopratutto) film per tutti, e non solo confinata alla produzione dedicata alle fasce di spettatori più giovani.

Pochi bambini infatti capiranno davvero il senso di struggente solitudine che investe il signor Fredricksen, rimasto da poco vedovo. L’inizio della sua storia d’amore, i sogni fanciulleschi che lentamente si accantonano per far fronte agli inconvenienti quotidiani, il ticchettio inesorabile di una vita sì piena, ma mai completamente vissuta come la si era immaginata, sono sensazioni precluse a chi non le abbia provate, almeno in parte. Ma è giusto così. Smessa la corsa tecnologica ai virtousismi in CGI, Pixar ha ora la possibilità di soffermarsi sulle proprie storie. E come la casa che si alza in volo, trascinata verso il cielo da centinaia di palloncini, anche il film di Docter e Peterson ha un inizio fulminante, commovente e trascinante.

Peccato poi per il segmento centrale, nel quale la parte avventurosa risulta meno interessante ed ispirata rispetto ai primi minuti. L’arrivo alle cascate, lo scontro con il cattivo, il percorso umano dei personaggi rinetrano su canoni più tradizionali, da film per famiglie, ma è probabilmente ancora troppo presto per vedere un film d’animazione che sia veramente “solo” per adulti. Senza contare le conseguenze commerciali che una scelta di questo tipo comporterebbe.

Anche così, UP dimostra (e conferma) l’abilità acquisita da Pixar nel confezionare storie sempre stimolanti e divertenti, che sanno parlare su più livelli, pur mantenendosi accessibili a tutti. In realtà, poco importa che il film sia il primo ad essere realizzato in 3D dalla casa americana. UP merita anche solo per quello che racconta, e la tridimensionalità è solo un orpello, per quanto gradito, ad un film che merita comunque visione.

[MOVIES] Una Notte Da Leoni: recensione

•9 settembre 2009 • Lascia un commento

Notte_Leoni

“Ciò che succede a Las Vegas, rimane a Las Vegas”. Mai parole furono più profetiche, sopratutto per il quartetto di amici in festa d’addio al celibato nella capitale dei vizi, che della notte bagorda non hanno memoria alcuna. Si svegliano nella suite ridotta a cumulo di macerie, con un neonato sconosciuto nell’armadio, una tigre in bagno, un’auto della polizia parcheggiata a loro nome, e addirittura un dente scomparso. Ma cosa è successo? Inizia così, in medias res, con lo sposo ancora latitante a 5 ore dal matrimonio e l’amico disperato al cellulare con la futura moglie, l’ultima commedia demenziale di Todd Phillips, di cui si ricordano, più che i precedenti come regista, la sua sceneggiatura del plurimiliardario “Borat”.

Ma laddove Borat seguiva un andamento più lineare, quasi da documentario (ovviamente fittizio), qui si procede per accumulo, il che sembra incredibile vista la premessa iniziale: possibile che ai tre sprovveduti amici possa succedere qualcosa di peggio di quanto non stiano già sperimentando al risveglio poco fortunato? Ovviamente si. Ed è in questa scelta di sceneggiatura, che ricostruisce pian piano, assieme allo spettatore, la sequenza di eventi che hanno portato al disastro più totale, la mossa vincente del film. Protagonisti e pubblico sono messi sullo stesso piano, entrambi “bisognosi” di (ri)scoprire il recente passato, ovviamente intuibile ma offuscato dalla memoria che non ha mantenuto traccia di quanto accaduto.

Irriverente e sboccato, Una Notte Da Leoni ha il ritmo perfetto delle commedie surreali e sporcaccione quel tanto che basta a renderlo sottilmente furbetto ma divertente. Non tutte le gag funzionano a dovere (alcune, come la dimostrazione del taser alla scolaresca, semplicemente non fanno ridere) ma lo sviluppo della trama, che denota una certa volontà di scrittura non banale (l’incipit e il conseguente rewind temporale, riallacciandosi poi per il finale) ne fanno un ottimo esempio di comicità intelligente, mai volgare nonostante lo stile demenziale e la presenza (quasi industriale) di doppi sensi a sfondo sessuale. E quando il film pare lanciato alla tranquilla conclusione, c’è pure posto per un piccolo tocco di genio finale, del quale è proibitissimo parlare, a (ri)prova che spesso la semplicità è la migliore delle scelte possibili. Sane risate.

[MOVIES] Harry Potter e il Principe Mezzosangue: recensione

•30 agosto 2009 • Lascia un commento

HP6

Ormai, l’appuntamento con un nuovo episodio della saga potteriana è paragonabile all’appuntamento con il cinepanettone natalizio: gli ingredienti sono noti, e si sa già cosa aspettarsi. Questo sesto film non fa eccezione. La solita sottotrama misteriosa (in questo caso, l’identità del Principe Mezzosangue del titolo, autore di alcuni appunti illuminanti raccolti nel libro di pozioni trovato da Harry), qualche ulteriore rivelazione sul passato del maghetto con la cicatrice a forma di Z, inediti tasselli sulla vita di Tom alias Voldemort, e una spruzzatina di romanticismo adolescenziale che movimenta la vita di Potter e compagni (anche per acquisita età anagrafica).

Traghettatore verso l’episodio finale, questo Principe Mezzosangue scatena, nel bene e nel male, tutti i sentimenti contrastanti che hanno ugualmente scatenato i precedenti: i fan del libro saranno disgustati dai tagli operati, mentre gli affezionati della trasposizione cinematografica si troveranno (ri)catapultati in una storia che si fa sempre più cupa e oscura. I nodi stanno venendo al pettine, e con mestiere il regista Yates dirige un film tutto sommato onesto, così come lo era il precedente, e come probabilmente lo sarà il doppio finale.

Al sesto appuntamento, la saga non ha nulla più da dire se non a chi è interessato alla vicenda. Disinteressata alla fedeltà letteraria, di cui comunque elimina, nella maggior parte dei casi, eventi minori e sottotrame trascurabili, la Potter-saga si prepara al gran finale. I pezzi vengono disposti sulla scacchiera che farà da cornice all’ultima battaglia. Senza esaltare, ma senza nemmeno spregiare l’opera d’origine, viene traghettato su celluloide un intero immaginario, affascinante sia nella sua forma scritta, ma altrettanto nella sua interpretazione visiva. A patto di esserne un fan, che è, banalmente, il (pre)requisito fondamentale di ogni affiliazione cinematografica. Ma su questo il caro Potter può dormire sonni tranquilli.

[MOVIES] Martyrs: recensione

•25 agosto 2009 • 2 commenti

Martyrs

Sfugge il senso di questo Martyrs. In realtà, sfugge il senso dell’intero genere, quel torture-porn inaugurato, almeno presso il grande pubblico, da “Hostel” in poi. Sfugge non tanto per bigottismo o per reticenze morali (comunque giustificate), quanto perchè alla fine della visione si rimane francamente basiti. E’ un horror? Macchè. Non c’è una scena, una!, che faccia spavento, o perlomeno sussultare sulla sedia. Un thriller? Nemmeno per sogno. Una riflessione, per quanto estrema, sulla violenza? Figuriamoci.

Martyrs è semplicemente un filmaccio che si prende sul serio, sorretto da una trama il cui colpo di scena finale avrebbe sfigurato in un episodio de “Ai Confini della Realtà” degli anni ‘60, figuriamoci in un film francese del nuovo millennio, il cui unico scopo, probabilmente, è spostare i limiti della visione più di quanto fosse stato fatto prima. Un po’ poco, e un po’ troppo furbo, per giustificare l’operazione.

Che il genere possa piacere, o abbia la sua ragione d’essere, è quantomeno opinabile. In tutta l’ingarbugliata vicenda, o finta tale, non ci si sofferma mai sulle ragioni, sulle conseguenze, sull’a(im)moralità che travolge lo spettatore. Manca perfino l’irresistibile ironia che rendeva insuperabili i gore americani degli Anni ‘80; quelli sì specchi deformanti di una società che era ben più terrificante di quello che passava sullo schermo. Qualcuno potrà obiettare che film estremi come questo rappresentano puro intrattenimento, l’altra faccia (deformata) degli altrettanto vuoti blockbuster (ultra)commerciali. Sarà. Però un po’ inquieta.

[MOVIES] Crossing Over: recensione

•10 luglio 2009 • Lascia un commento

Crossing

Dolorosissimo film sui confini (culturali, sociali, ideologici) che dilaniano quella che è la polveriera etnica chiamata Stati Uniti, Crossing Over è un esempio di cinema come ci piacerebbe vedere sempre più spesso, sopratutto quando (udite udite) batte bandiera a stelle e strisce. Quasi un miracolo, in questi tempi di crisi cinematografica (e non).

Vite (stra)ordinarie si intrecciano in una Los Angeles che sembra uscita da un film di Paul Haggis (Crash), porto ultimo dei più disparati esempi di (varia) umanità. Tutti alla ricerca di una fine alla loro miseria. Tutti irrimediabilmente clandestini (indesiderati), in un paese che dopo l’11 settembre si è riscoperto ancora più ferito e spaventato dal “diverso”. Ognuno con la speranza di una carta (la green card) che metta fine alla propria incomunicabile sofferenza. Varie storie si intrecciano indagando le speranze, le illusioni (e le disillusioni), i sacrifici, la false promesse che l’America offre oggi a chi, in America, crede ancora di trovare un posto dove esaudire i propri sogni. Sempre più ghettizzati, sempre più strumentalizzati da un sistema che, lanciato orwellianamente all’eliminazione di qualsiasi minaccia (vera o presunta) ritiene ragionevole distruggere le vite di intere famiglie a causa di un tema a scuola.

Fa riflettere Crossing Over, nononstante gli evidenti sotterfugi di sceneggiatura. A volte mostra pure il fianco a prevedibili svolte nella storia. Ma ciò che lo rende prezioso è la sua innegabile sincerità, il suo non tirarsi indietro di fronte all’irrazionalità cinica e sorda, restando lucido e rifiutando il compromesso. Anche quando ritrae il giuramento dei “Nuovi Americani”, con l’intonazione dell’inno nazionale, dribbla la cerimonia e sposta l’attenzione sull’ordinaria follia che divora gli uomini, incapaci di parlarsi l’un l’altro e accettare le diversità. Teso e e pessimista, ritrae un mondo dove voragini dividono le persone. Vuoti che sembrano tristemente incolmabili. Talmente crudo da spingere i fratelli Weinstein (produttori della pellicola) a decurtarla di 20 minuti, nonostante il regista Wayne Kramer avesse per contratto il “final cut”, e a spingere Sean Penn, che nel film aveva una piccola parte, a chiedere di essere eliminato dal montaggio finale (anche se il motivo pare essere la forte reazione negativa del NIAC, l’associazione degli iraniani in America a cui l’attore spesso ha dimostrato tutta la sua solidarietà, che ha definito il film diffamatorio).

Ma anche così Crossing Over è un film importante e necessario, una visione realista, per quanto esasperata, di un mondo alla deriva che sembra aver smarrito umanità e compassione. Un viaggio scomodo che non disdegna la commozione, anche quando non offre alcuno spiraglio liberatorio. Sperando in un Director’s Cut in DVD, al più presto.

[MOVIES] Angeli e Demoni: recensione

•4 luglio 2009 • Lascia un commento

Angeli

Beh, ogni tanto capita che un po’, alla fine, ci si ricrede. Certo non vuol dire, magicamente, trasformarsi in sostenitori, o addirittura in fan. Tuttavia qualche veleno retroattivo si diluisce, un po’ ci si rimbonisce, e magari ci si riscopre pure a seguire con inaspettato, seppur debole, interesse lo svolgersi della vicenda. Angeli e Demoni è un giocattolone fintamente colto, che osa sparare alto (l’antimateria!), e un po’ se ne frega del verismo storico (e fin qui, può anche andare bene, non è un documentario di History Channel). Eppure, rispetto al disastroso Codice Da Vinci, ha il dono del ritmo, una storia fantasiosa ma più coerente, nonostante (e prevedibilmente) le classiche cadute di stile da polpettone hollywoodiano, e sa giocare meglio le sue carte, complice un’ambientazione, il Vaticano, e l’assortimento vario di Papi, Vescovi e fumate di varia cromia per l’arrivo del nuovo Pontefice, che esercitano sempre il suo bel fascino.

Non si chieda null’altro che qualche ora di mero intrattenimento. E in questo, Angeli e Demoni sa il fatto suo. Nonostante l’evidente “mestierantismo” di regia e interpretazioni, nonostante le esigenze da viral marketing (belle le Lancia che sfrecciano con tempi da Formula 1 tra le vie intasate di Roma) e nonostante il nome di peso che ormai Dan Brown e le sue opere esercitano sull’immaginario collettivo, il film si lascia apprezzare quel tanto che basta per non uscire dal cinema infastiditi, come invece succedeva con l’illustre predecessore. E a conti fatti, viste le credenziali, sembra già un piccolo miracolo.

[MOVIES] Terminator Salvation: recensione

•28 giugno 2009 • Lascia un commento

TS

Inutile. Privato (per necessità? per scelta?) del suo creatore James Cameron, la saga di Terminator sembra smarrita e fatica a ritrovare se stessa. Se il terzo capitolo era prodotto di routine, la cui unica idea risiedeva nella “femminizzazione” del terminator-killer, in questo quarto(?) capitolo della serie, primo di una nuova trilogia, le premesse sono di sicuro migliori: basta cyborg spediti indietro nel tempo per uccidere il giovane John Connor. Ora l’azione si sposta nel “vero” presente filmico. La terra nuclearizzata da Skynet fa da sfondo alla guerra tra uomini e macchine. Il messaggio finale di Terminator 2 forse non era corretto. Il futuro, era “comunque” deciso.

Ciò però che affonda l’intera operazione Salvation, è il suo perdere di vista il senso intimo della storia. Che non è mai stato solamente una lotta tra l’uomo e la sua modernizzazione tecnologica, ma tra la razza umana e la sua capacità di guardare al futuro senza (auto)distrugger(si). Il futuro sembrava ineluttabile e scritto, ma rimaneva la speranza, e la volontà, di cambiarlo. Il coraggio di cambiarlo.

In Salvation è tutto già successo. Privato del suo aspetto filosofico, lo script si limita a raccontare una storia di per se già ampiamente conosciuta, che diviene interessante solo nei momenti in cui si collega ai (noti) fatti passati. L’unico spunto sinceramente originale del film, il personaggio interpretato da Sam Worthington, è trattato in maniera debole, superficiale, senza chiedersi (come forse avrebbe fatto Cameron) quali siano le implicite (ed esplicite) conseguenze di ciò che gli accade. Si limita ad essere trait-d’union con il capostipite, una dichiarazione d’intenti funzionale più sulla carta che non all’interno di un film troppo debole e fiacco per meritarsi i plausi riservati ai predecessori (escluso, chiaramente, il terzo).

La parte più ardua è capire se la sterilità del film sia colpa del regista McG, non certo un maestro, o della coppia di sceneggiatori Jonathan Nolan-Paul Haggis, che altrove hanno invece ampiamente dimostrato la loro bravura. Quale che sia la causa, rimane il gusto amaro di un’occasione sprecata. Un filmetto d’azione che si adagia sui canoni imposti dal Bay-pensiero, e che della fascinazione catartica della macchina senziente che si ribella all’uomo, perde qualsiasi connotazione romanzesca. Peccato.