[MOVIES] Angeli e Demoni: recensione

•4 Luglio 2009 • Lascia un Commento

Angeli

Beh, ogni tanto capita che un po’, alla fine, ci si ricrede. Certo non vuol dire, magicamente, trasformarsi in sostenitori, o addirittura in fan. Tuttavia qualche veleno retroattivo si diluisce, un po’ ci si rimbonisce, e magari ci si riscopre pure a seguire con inaspettato, seppur debole, interesse lo svolgersi della vicenda. Angeli e Demoni è un giocattolone fintamente colto, che osa sparare alto (l’antimateria!), e un po’ se ne frega del verismo storico (e fin qui, può anche andare bene, non è un documentario di History Channel). Eppure, rispetto al disastroso Codice Da Vinci, ha il dono del ritmo, una storia fantasiosa ma più coerente, nonostante (e prevedibilmente) le classiche cadute di stile da polpettone hollywoodiano, e sa giocare meglio le sue carte, complice un’ambientazione, il Vaticano, e l’assortimento vario di Papi, Vescovi e fumate di varia cromia per l’arrivo del nuovo Pontefice, che esercitano sempre il suo bel fascino.

Non si chieda null’altro che qualche ora di mero intrattenimento. E in questo, Angeli e Demoni sa il fatto suo. Nonostante l’evidente “mestierantismo” di regia e interpretazioni, nonostante le esigenze da viral marketing (belle le Lancia che sfrecciano con tempi da Formula 1 tra le vie intasate di Roma) e nonostante il nome di peso che ormai Dan Brown e le sue opere esercitano sull’immaginario collettivo, il film si lascia apprezzare quel tanto che basta per non uscire dal cinema infastiditi, come invece succedeva con l’illustre predecessore. E a conti fatti, viste le credenziali, sembra già un piccolo miracolo.

[MOVIES] Terminator Salvation: recensione

•28 Giugno 2009 • Lascia un Commento

TS

Inutile. Privato (per necessità? per scelta?) del suo creatore James Cameron, la saga di Terminator sembra smarrita e fatica a ritrovare se stessa. Se il terzo capitolo era prodotto di routine, la cui unica idea risiedeva nella “femminizzazione” del terminator-killer, in questo quarto(?) capitolo della serie, primo di una nuova trilogia, le premesse sono di sicuro migliori: basta cyborg spediti indietro nel tempo per uccidere il giovane John Connor. Ora l’azione si sposta nel “vero” presente filmico. La terra nuclearizzata da Skynet fa da sfondo alla guerra tra uomini e macchine. Il messaggio finale di Terminator 2 forse non era corretto. Il futuro, era “comunque” deciso.

Ciò però che affonda l’intera operazione Salvation, è il suo perdere di vista il senso intimo della storia. Che non è mai stato solamente una lotta tra l’uomo e la sua modernizzazione tecnologica, ma tra la razza umana e la sua capacità di guardare al futuro senza (auto)distrugger(si). Il futuro sembrava ineluttabile e scritto, ma rimaneva la speranza, e la volontà, di cambiarlo. Il coraggio di cambiarlo.

In Salvation è tutto già successo. Privato del suo aspetto filosofico, lo script si limita a raccontare una storia di per se già ampiamente conosciuta, che diviene interessante solo nei momenti in cui si collega ai (noti) fatti passati. L’unico spunto sinceramente originale del film, il personaggio interpretato da Sam Worthington, è trattato in maniera debole, superficiale, senza chiedersi (come forse avrebbe fatto Cameron) quali siano le implicite (ed esplicite) conseguenze di ciò che gli accade. Si limita ad essere trait-d’union con il capostipite, una dichiarazione d’intenti funzionale più sulla carta che non all’interno di un film troppo debole e fiacco per meritarsi i plausi riservati ai predecessori (escluso, chiaramente, il terzo).

La parte più ardua è capire se la sterilità del film sia colpa del regista McG, non certo un maestro, o della coppia di sceneggiatori Jonathan Nolan-Paul Haggis, che altrove hanno invece ampiamente dimostrato la loro bravura. Quale che sia la causa, rimane il gusto amaro di un’occasione sprecata. Un filmetto d’azione che si adagia sui canoni imposti dal Bay-pensiero, e che della fascinazione catartica della macchina senziente che si ribella all’uomo, perde qualsiasi connotazione romanzesca. Peccato.

[MOVIES] Earth La Nostra Terra: recensione

•6 Maggio 2009 • Lascia un Commento

Earth

Basterebbe “snocciolare” i numeri di questa pellicola, distribuita dalla neo-etichetta DisneyNature e curata dalla BBC, per rendersi conto dell’enorme lavoro dietro “Earth: la Nostra Terra”. Budget di 25 milioni di euro, oltre 1000 ore di riprese in alta definizione, più di 200 location filmate in tutto il mondo da 40 troupe che hanno scalato montagne, attraversato ghiacciai e deserti, sorvolato intere nazioni, per catturare lo spirito più vero della nostra Terra.
Sforzo produttivo che già era stato raccolto in un cofanetto di 5 DVD (ma era disponibile anche in BluRay e HDDVD) chiamato “Planet Earth”, ma che ora, per l’Earth Day, esce anche in forma brevis nelle sale di tutta Italia.

In tempi di riscaldamento globale, innumerevoli sono stati i documentari prodotti. Ma le emozioni racchiuse nelle immagini di quest’opera magna di Alastair Fothergill e Mark Linfield trovano pochi eguali. “Earth: la Nostra Terra” non riconcilia solo con l’essenza intima del documentario, inteso come finestra neutrale sul nostro mondo (la pellicola non mostra solo paesaggi mozzafiato e specie esotiche, ma anche le leggi impietose che determinano la sopravvivenza e la morte nel regno animale), ma trae forza dalle ultime tecnologie che permettono nuove ed emozionanti riprese. L’alternanza delle stagioni, racchiusa in pochi secondi, diventa spettacolo che difficilmente lascia insensibili, così come l’avanzamento dei ghiacci polari, o le aurore boreali.

Particolare enfasi viene riservata alle sequenze di caccia animale, immortalate in ralenty e commentate da una colonna sonora incisiva, che descrivono in maniera drammatica, eppure priva di qualsiasi morale, il continuo ciclo di vita e morte. Ma non mancano anche sequenze più comiche, come i buffi rituali di accoppiamento di alcune specie volatili, o i primi passi incerti dei cuccioli di orsi polari. E la visione diventa addirittura maestosa quando la camera si alza volo, e mostra in tutta la sua poderosa magniloquenza, l’estensione infinita dei più grandi ecosistemi della Terra, dalle distese antartiche alle dune arse dei deserti, dall’immobilismo onirico dei boschi di conifere della Tundra, all’imponenza delle foreste tropicali.

Sebbene il consiglio sia quello di recuperare l’opera completa in DVD, magari nella versione in alta definizione, e godersi per esteso l’intera visione, la trasposizione cinematografica di “Earth” mantiene intatta tutta la sua ricchezza. Un’esperienza, non solamente pedagogica ma sopratutto visivamente mastodontica, che con enfasi mostra quanto sia vasta, e preziosa, la complessità organica del nostro pianeta, senza dimenticarsi di ricordare quanto sia costantemente messa a repentaglio dalla condotta sconsiderata di una sola specia. La nostra.

[MOVIES] Che L’Argentino: recensione

•25 Aprile 2009 • Lascia un Commento

che1

Confrontarsi con uno dei miti del vent(un)esimo secolo, non è mai semplice. Per nessuno.
Inutile anche solo accennare cosa rappresenti Che Guevara oggi: la sua icona è riprodotta ovunque, e il suo percorso umano è divenuto simbolo di così tante correnti di pensiero, rivoluzionarie, umaniste, progressiste, politiche, che forse è difficile addirittura tracciarne il sentiero originale. Al di là del mito però, Ernesto Che Guevara era prima di tutto un fine pensatore, un uomo il cui sogno di uguaglianza ed emancipazione culturale e razziale dell’America Latina, scandiva ogni suo attimo.

Per questo dittico dedicato alla figura del medico argentino (Che Guerriglia sarà nelle sale italiane dal 1 maggio) Steven Soderbergh sceglie, saggiamente, di evitare le trappole del Mito, e concentrarsi invece sulla figura umana. Alla base della pellicola infatti, c’è il testo scritto che Guevara stesso: “Diaro della Rivoluzione Cubana”. E per tutto il film, Benicio Del Toro, in un processo di immedesimazione che ha quasi del miracoloso, sopratutto alla luce dell’evidente somiglianza, esplora la dimensione umana dell’icona della Rivoluzione Cubana, evitando il sensazionalismo, la retorica, la facile celebrazione di una leggenda, ma concentrandosi invece sulla descrizione, quasi documentaristica, della quotidianità di un idealista che decise di concretizzare la sua utopia.

Dal punto di vista cinematografico, il film si avvale di una costruzione ad incastri che alterna diversi momenti storici degli eventi che hanno portato alla destituzione di Batista e alla vittoria del movimento del 26 luglio. La cena a casa di Castro (che apre e chiude la pellicola), l’intervista alla nota emittente americana, l’intervento presso le Nazioni Unite, e sopratutto i giorni passati tra le foreste nell’avanzata verso l’Avana, scandiscono i momenti di questo film che volutamente, in virtù della scelta fatta, rendono alla perfezione la statura umana del personaggio. Soderbergh, intelligentemente, preferisce mostrare, piuttosto che giudicare, lasciando che il film quasi si sviluppi da se. Il suo non è mai stato cinema d’azione: l’indipendentismo cinematografico qui si sposa alla perfezione con l’intento intellettuale, e la pellicola gode di quell’onestà che fanno grandi i biopic (sebbene lo stesso Soderbergh abbia voluto precisare che trattasi di opera diametralmente opposta alla concezione attuale di un film biografico).

Forse, il rischio è che tale rigore limiti la partecipazione emotiva. Ma allo stesso tempo, rinunciando alle prevedibili fanfare, Che L’Argentino si dimostra capace di raccontare una dimensione meno conosciuta e più “reale” di una figura che, nel corso degli anni, ha accumulato a dismisura gli  inevitabili eccessi di una “beatificazione” popolare a livello mondiale. Anche se taluni passaggi sembrano quasi sminuire la portata di alcuni accadimenti fondamentali (la presa dell’Avana sopratutto) il film convince proprio grazie alla sua intima onestà intellettuale: amato od odiato che sia, Guevara era un uomo convinto del proprio ideale supremo di uguaglianza sociale, e l’impegno profuso nella lotta armata per la sua attuazione incondizionata, è un aspetto che il la pellicola rende alla perfezione. Ed è questo il suo più grande merito. Tutto il resto, era semplicemente marginale.

[MOVIES] L’Onda: recensione

•23 Aprile 2009 • Lascia un Commento

londa

L’assunto è interessante e inquietante al tempo stesso: potrebbe, nella moderna e democratica Germania, germogliare nuovamente quel sentimento razzista e xenofobo che negli anni ‘30 favorì l’ascesa del nazionalsocialismo e del Terzo Reich? Su questo riflette il professor Rainer, quando si trova di fronte ad una classe che nega fermamente la possibilità di tale ipotesi. E per dimostrarne la veridicità, tenta un esperimento: per una settimana, instaurerà all’interno delle mura scolastiche metodologie, retorica, leggi e abitudini in voga negli anni del nazismo. Nasce così l’Onda, un movimento al quale gli studenti, in principio sospettosi, iniziano ad aderire e ad accettarne regole e soprusi, fomentando l’odio da cui credevano di essere immuni.

Film teorico girato quasi fosse un documentario, L’Onda è lo specchio perfetto dell’Occidente moderno: in apparenza borghese e multiculturale, ma in profondità ancora percorso da ataviche pulsioni di violenza, di rifiuto del diverso, disperatamente bisognoso di un senso d’appartenenza che rade al suolo il pensiero individuale.
Una sorta di manifesto d’intenti, con qualche cedimento strutturale e qualche passaggio didascalico (come la vittima sacrificale suggella la discesa negli inferi del non-pensiero) ma che complessivamente mantiene inalterata la sua carica comunicativa, con una preciso atto d’accusa che vorremmo infondato ed invece sappiamo ancora presente.

Un film graziato anche da un’ambientazione e un cast perfetti,  credibilissimi nella loro assoluta normalità, che è poi la condizione sociale tipica nella quale crescono i mostri. Nella sua onestà intellettuale, L’Onda si dimostra perfetto per la visione nelle scuole. Ma è anche utile per chi crede che, nel mondo moderno dove le barriere e le distanze culturali paiono affievolite dalle possibilità della grande comunicazione globale come internet, non possano più nascere odio e avversione per il diverso. Il pericolo è sempre più vicino di quanto non pensiamo.

[TV-Series] Battlestar Galactica stagione 4 parte II: recensione

•23 Marzo 2009 • 1 Commento

Battlestar Ultima Cena

AVVERTENZA: nel testo che segue ci sono anticipazioni sulla quarta stagione.


A volte, è difficile esprimere quello che si prova. E non perchè manchino le parole, ma per l’esatto contrario.
Succede raramente che uno spettacolo susciti tale ridda di emozioni, ma succede.

Eppure, chi l’avrebbe detto.

Chi sospettava, qualche anno fa, quando ci si accostò a questa serie sci-fi semisconosciuta (ad oggi, nessuna rete italiana in chiaro ne ha ancora mandato in onda un solo episodio), con la sola curiosità di seguire un telefilm di genere così ostico per le platee italiane, con un nome fin troppo retrò, ai limiti del comico, nato sulle ceneri di una serie clone di Guerre Stellari, già interrotta sul finire degli anni ‘70 quando venne inizialmente realizzata; chi sospettava, si diceva, che sarebbe stato “solo” l’inizio di uno strepitoso viaggio che avrebbe condotto in luoghi affascinanti e rivoluzionari per la fantascienza in televisione? Forse nessuno. Probabilmente neppure chi ne tessé le lodi fin dal principio.

Ed ora invece siamo qui, già orfani di un’opera che meglio di molte altre ha saputo parlarci degli incerti confini della nostra umanità, del nostro bisogno di fede e religione, dei rischi e delle implicazioni della manipolazione tecno-genetica e delle reponsabilità che comporta sperimentare con essa, delle contraddizioni della guerra come mezzo coercitivo per imporre la pace, una pace unilaterale che deve (o dovrebbe) accontentare un’intera collettività con pluralità di pensieri e opinioni. Tutto questo in un’epoca storica di incertezze socio-politiche globali, in cui le verità, autentiche o inventate che siano, diventano obbligatorie per accomodare e rassicurare un’opinione pubblica sempre più sfiduciata e messa in ginocchio da una crisi economica che la colpisce sempre più da vicino.

Non è mai stata accomodante Battlestar Galactica, e non è mai scesa a compromessi. Come i suoi protagonisti, quale che fosse la loro posizione, si è evoluta nel rispetto della sua intima essenza, polemica, destabilizzante e indagatrice, curiosa nell’esplorare temi che con il genere di appartenenza avevano poco a che fare. O forse, dimostrando una volta di più come la fantascienza sia l’unico vero linguaggio narrativo universale, in grado di coniugare la realtà con il fantastico, trasformandosi nello specchio più autentico e schietto della società e delle sue contraddizioni.

Eravamo rimasti con 4 dei 5 cylon ancora senza identità, infine rivelati, e la posizione della Terra finalmente nota. Ma una volta raggiunta, la Flotta si era trovata di fronte ad una landa sterile e abbandonata, nuclearizzata secoli prima. Che cosa è successo? E sopratutto, cosa fare ora che la Terra Promessa, il Paradiso salvifico prefigurato dalla Profezia di Pitia, a cui il leader morente avrebbe dovuto condurre la razza umana, si rivela un miraggio inutile?
I primi episodi tratteggiano con maestria e bravura di scrittura l’apatia e la crisi in cui molti personaggi si trovano a naufragare. Numerose sono le scene cardine in cui il destino sembra appeso ad un filo, e il futuro un’oscura nube nel quale perdersi e disperarsi, letteralemente. Eppure, nonostante la drammaticità della situazione, ( che per inciso, ha contraddistinto Battlestar fin dal principio, con la distruzione delle Dodici Colonie e la fuga disperata dei sopravissuti dall’esercito cylon) la volontà di sopravvivenza ha sempre rianimato e scosso gli animi. A volte, portando in superficie il meglio di ognuno, a volte il contrario. Battlestar ha sempre indagato con coerenza virtù e debolezze umane. In questa seconda parte di stagione, sono molte le situazioni limite, apparentemente senza possibilità di risoluzione, aggravate da una sfiducia dilagante che ammorba l’intera Flotta, incapace di vedere un altro futuro, ora che il simbolo di “quel” futuro si è sciolto come neve al sole.

La rivelazione del quinto cylon, che avviene a metà (mezza) stagione, permette di dare risposta ad alcuni quesiti storici della serie. Sempre contraddistinto da una certa originalità di scrittura, gli sceneggiatori di BGS spiazzano per coraggio e capacità narrativa di trovare soluzioni non scontate, mantenendo una freschezza di linguaggio che tiene alto il livello dello show. Succede così che anche alcune delle puntate centrali, più verbose e meno movimentate rispetto ad altre maggiormente dinamiche, siano comunque appassionanti, con la trama che progredisce in maniera organica. E tutti i personaggi, sopratutto quelli secondari, hanno il loro momento di gloria, diventando protagonisti di archi narrativi che impreziosiscono il tessuto narrativo di Battlestar Galactica (come la scelta tragica di Dualla o il golpe militare di Gaeta e Zareck), dimostrando l’assoluto spessore dell’universo battlestariano, profondamente coerente e in grado di generare sottotrame intelligenti e stimolanti.

Ma è il finale di stagione, che coincide, tristemente, anche con la conclusione della serie, a riservarsi il posto d’onore.
Che Battlestar Galactica fosse una serie dalla qualità eccelsa era già stato ampiamente dimostrato da quanto fatto prima. Ma che sapesse chiudersi con tale slancio poetico, sfiorando a più riprese lirismo e autentica commozione, sciogliendo i nodi lasciati in sospeso, forse non tutti con immacolata perfezione, ma generalmente con autentica partecipazione emotiva, era probabilmente al di la di ogni più rosea previsione.
Ed invece, anche nel suo requiem finale, Battlestar non si smentisce, e non tradisce chi per anni l’ha seguita ed amata, complice anche quel suo essere così invisibile (almeno in Italia), che generalmente amplifica ogni sentimento d’ammirazione.

In uno dei passaggi più struggenti del finale, la famosa visione dell’Opera House prende corpo e tutti i protagonisti, contemporaneamente, si rendono conto di starne facendo parte, come da anni si vedevano in sogno. È difficile, in quei momenti, da spettattore, non sentirsi parte di qualcosa di più grande, allo stesso identico modo di come se ne rendono conto i personaggi del telefilm. Si sublima così il senso ultimo della serie: aver saputo parlare dell’uomo in maniera così profonda e intima, tanto da renderlo protagonista della storia. E anche quando alcune vicende si concludono con toni drammatici, i sentimenti che affiorano sono autentici, perchè nascono da sincera e viva partecipazione ad un lunghissimo viaggio (non solo figurato) intrapreso anni or sono. Un viaggio che dopo tanta sfiducia e dolore, finalmente si abbandona alla commozione.

Finemente elaborato e racchiuso in tessuti narrativi eterogenei ma animati da pensiero comune, il finale ripropone i temi portanti della serie: il bisogno di spiritualità, l’importanza di un uso consapevole della tecnologia, l’esistenza, anche se non dimostrabile, di una dimensione altra che sfugge ai sensi ma che esiste (forse la stessa a cui si riferisce Anders salutando Kara). Ma è sopratutto la dimensione spirituale del telefilm che caratterizza molte delle conclusioni delle sottotrame: come se, alla fine di tutto, a dispetto dell’evoluzione tecnologica e la conoscenza scientifica, fosse sempre e comunque l’aspetto metafisico e invisibile a caratterizzare le nostre scelte,e i nostri destini. Un messaggio in controtendenza con l’usuale atmosfera della serie, finalmente positivo, anche se quello sguardo controverso sulle conquiste robotiche di inizio millennio, mette davvero i brividi. Ciononostante, vedere Number 6 e Gaius Baltar perdersi nella folla di New York, riconcilia un po’ con il mondo.

Sei stato grande Battlestar Galactica, tra i più grandi di tutti. Ci mancherai.

[MOVIES] Gran Torino: recensione

•16 Marzo 2009 • 6 Commenti

Gran Torino

“Forse è vero, Lei ne sa più della morte che della vita”.
Così dice il giovane padre Janovich al vecchio Walt Kowalski. Reduce della guerra di Corea, e appena sopravvissuto alla morte della moglie, Kowalski ha un cuore denso di rabbia che con fatica riesce a trattenere. Guarda con disgusto i propri figli opportunisti; sorvola con disprezzo sull’inciviltà e la maleducazione dei nipoti. Senza contare l’odio viscerale che prova per l’ondata di “musi gialli” che hanno invaso il proprio quartiere. Razzista, omofobo e burbero, Kowalski ha solo una grande passione: la sua Ford “Gran Torino”, un gioiello tenuto come fosse una donna. E quando un giovane hmong (una minoranza sino-vietnamita) cerca di rubargliela, per superare il rito di iniziazione di una gang del quartiere, le conseguenza saranno imprevedibili.

Film intimista ma sorprendemente complesso e stratificato nelle chiavi di lettura, “Gran Torino” è un’opera tra le più riuscite del grande cineasta americano. Siamo dalle parti di “Un Mondo Perfetto” o “I Ponti di Madison County”, dove i sentimenti non vengono negati, ma anzi trattati con una purezza e una semplicità di sguardo da rimanere estasiati.
Eastwood riprende il tema dell’amore paterno e filiale come già aveva fatto in “Million Dollar Baby”, descrivendo allo stesso tempo la necessità di convivenza che è obbligatoria e fondamentale per far rinascere una società, quella americana, da troppo tempo vittima di odii e incomprensioni. Un concetto di Nazione che va oltre le tradizioni storiche, o che forse proprio a quelle, di multiculturalità e interrazzialità, deve (ri)farsi per (ri)nascere.
Kowalski sventola orgoglioso la bandiera a stelle e strisce sull’uscio di casa, ma è polacco, così come il barbiere è italiano e l’impresario edile è irlandese. Eastwood non nasconde la necessità di congiungersi laddove le differenze sembrano più incolmabili: il rude Kowalski odia i “musi gialli” nell’ignoranza, ma li ama non appena supera la sua iniziale diffidenza e impara a conoscerli. Anzi, si stupisce quando si rende conto di avere più tratti in comune con loro che con i propri figli. È un messaggio forte, una dichiarazione di intenti, un monito che solo i Grandi, come lo è Clint, possono permettersi senza rischiare l’ipocrisia o la retorica.

Girato in poche settimane, quasi come fosse un’opera minore, Gran Torino gode invece di quella semplicità di linguaggio che solo gli autentici capolavori possiedono. Come un cantore (post)moderno dei valori sacri del Sogno Americano, Eastwood riesce a filmare di tutto senza ripetere se stesso, senza scadere nel lacrimevole pur lasciando libero spazio ai sentimenti (anche se, in questo senso, il capolavoro rimane “I Ponti di Madison County”). Sopratutto, come regista, Eastwood riconferma le sue doti poliedriche di gran narratore: mai pesante ma essenziale. La sua è una voce fondamentale per il Cinema Americano, quel cinema che guarda alla sua Storia, e ai suoi valori, per ricordarci cos’è davvero importante. La voce di un Autore che la saggezza dell’età ha reso ancora più grande.

[MOVIES] The Wrestler: recensione

•13 Marzo 2009 • 4 Commenti

The Wrestler

Nel cinema,a volte, succede che un film sia il ritratto perfetto di chi lo interpreta.
Succede con The Wrestler e Mickey Rourke: un binomio che trascende la finzione visiva per diventare qualcosa di diverso, che va oltre il rapporto tra pellicola e interprete. Documentario verista? Finzione realista? Difficile rispondere, perchè complicato è scindere l’opera cinematografica dal suo attore.

The Wrestler sarebbe un film tutto sommato ordinario, sicuramente ben girato da Aronofsky, con stile asciutto e crudo, anche se forse meno originale rispetto ai precedenti “π- Il Teorema del Delirio” o “The Fountain”, ma ciò che lo rende unico, e raro, è la presenza di Mickey Rourke, che a Randy “The Ram” Robinson, da tutto: il suo viso devastato dalla boxe e dagli interventi di chirurgia per ricostruirglielo, i suoi muscoli stanchi, il suo sudore, i suoi capelli ossigenati, ma sopratutto il suo dolore, le sue lacrime, la forza di uno che ha conosciuto le vette del successo e la conseguente caduta, gli eccessi, l’alcool, l’autodistruzione.

Il fascino di The Wrestler risiede li. Nel sottile gioco di specchi tra la finzione narrativa e la vita di Micky. È fuorviante anche il solo parlare di interpretazione. Rourke è Randy The Ram nel senso più intimo, e autentico, che esiste. Nel suo essere un loser preso a pugni dalla vita, che è ancora li, a sgomitare, ad andare avanti, sprofondato nella solitudine di chi sa di aver perso tutto anni e anni prima, quando il successo, effimero, nascondeva il dolore della separazione dalla moglie e dalla figlia.

Un film duro, girato come i Dardenne giravano “Rosetta”, camera a mano, incollata al/la protagonista, senza giudicare, filmando la parabola di caduta (e riscatto?) di un perdente che non si da per vinto.
Splendido, come sempre, l’accompagnamento sonoro di Clint Mansell, qui ridotto ai minimi termini rispetto alle partiture più incisive di “The Fountain” o “Requiem For a Dream”, ma che, come sempre, con poche note sa creare universi.
Springsteen, in virtù dell’amicizia ventennale che lo lega a Rourke, scrive la toccante canzone di chiusura. Axl Rose, altro simpatizzante dell’attore, regala “Sweet Child O’Mine” alla produzione senza chiedere nessun compenso. Segnali che The Wrestler è ben più di un film, ma il simbolo luminoso di una rinascita.

[MOVIES] Revolutionary Road: recensione

•10 Marzo 2009 • Lascia un Commento

Revolutionary Road

Sam Mendes è tornato sul luogo dell’orrore.
Esattamente dove finiva American Beauty, uno dei ritratti più impietosi del Sogno Americano, inizia Revolutionary Road, quasi un American Beauty ante litteram, profondamente calato nelle atmosfere di quegli Anni Cinquanta, che iconograficamente, e storicamente, hanno suggellato e creato l’immaginario proprio dell’American Dream.

E prevedibilmente, lo sguardo del regista è altrettanto freddo e implacabile, trattandosi qui di portare avanti la stessa linea di pensiero: identico pessimismo che suona come una condanna all’apparenza borghese e ostentata che genera mostri.
Frank e April Wheeler (due intensi e volenterosi Leonardo DiCaprio e Kate Winslet) sono una coppia perfetta: giovani, belli e innamorati, sposati con due figli in una casa perfetta. Ma la realtà è menzognera e il loro matrimonio è fondato sull’insoddisfazione sopratutto di April, che vede scivolarle la vita attorno senza sentirsi mai protagonista. Un amore verso il marito che sfiorisce nella vacua quotidianità di cene con i vicini e lavoretti domestici. Per ritrovare quella vitalità apparentemente perduta, la giovane moglie convince il marito a trasferirsi a Parigi, vista come la meta ultima per tornare alla felicità e all’amore dei primi anni insieme. Ma il destino, si sa, sa essere beffardo e crudele.

Ritratto triste sull’impossibilità di essere (veramente) felici in una società di convenzioni ingannevoli e malcelati bigottismi, Revolutionary Road soffre di quel rigore formale tipico di Mendes, che aveva già colpito il precedente “Era Mio Padre”, e che solo la freschezza narrativa di “American Beauty” aveva aiutato a diluire. La ricostruzione scenica è precisa e classica, così come l’origine letteraria della storia (dall’omonimo romanzo di Yates), ma la rigidità della messa in scena soffoca la statura drammatica dei personaggi, che sembrano quasi un pretesto per esibire le capacità interpretative degli attori. La scena dell’aborto di April è simbolico in questo senso: la camera fissa, il lento incedere di lei fuori dall’inquadratura, la carrellata stentorea; sembrano artifizi per sottolineare un dramma che non coinvolge mai completamente.

Un film più di testa che di pancia, dove si aspetta il colpo al cuore ma si attende invano. Un ritratto accorato, ma non partecipe, del fallimento di un’ideale di felicità fin troppo esibito e mai realizzato. Un film che sembra tutto sommato sincero ma anche, quasi beffardamente, mai realmente affranto da quel che racconta. E per una pellicola drammatica, è forse il peggior male.

[MOVIES] Defiance I Giorni del Coraggio: recensione

•3 Marzo 2009 • 2 Commenti

Defiance

Alla continua ricerca di storie simil-Schindler (o affini) da mandare sullo schermo per la Giornata della Memoria, il cinema incappa in questa vicenda (realmente accaduta) di resistenza polacca all’eccidio nazista degli ebrei. Tuvia, Zus e Asael sono tre fratelli che si rifugiano nei boschi della Bielorussia per sfuggire all’avanzata tedesca e alle barbarie sugli ebrei che li hanno privati dei loro genitori. Ma tra i due fratelli maggiori (interpretati da Daniel Craig e Liev Schreiber) sorgono insormontabili divergenze su come condurre la resistenza: il primo vorrebbe instaurare una società indipendente e dare asilo e protezione anche alle persone deboli e incapaci di combattere, il secondo vorrebbe invece unirsi all’Armata Russa e lottare contro l’esercito di Hitler.

Edward Zwick, regista attratto dalla commistione di implicazioni morali ed esigenze di spettacolo (come testimoniano i precedenti “Blood Diamond” e “L’Ultimo Samurai”) dirige il film nella maniera più prevedibile possibile: scavando giusto il minimo nella psicologia dei personaggi, alternando ricostruzioni storiche a scene prevedibilmente toccanti e retoriche, disseminate sapientemente “nei punti giusti”, dimostrando forse nobiltà d’intenti, ma anche il solito (e ormai odioso) vizio di commercializzare la vicenda per renderla vendibile al più vasto pubblico possibile.

Quando Spielberg diresse Schindler’s List, scelse volti poco noti, lavorò su personaggi che non cercavano di risultare per forza simpatici, si limitò a testimoniare la Storia come i veri Testimoni la raccontarono, mostrando l’orrore senza spettacolarizzandolo. In Defiance succede il contrario: onore, coraggio, amore fraterno e solidarietà sono valori inscatolati e preconfezionati in una sceneggiatura che si prefigge l’obiettivo di non lasciare nulla di intentato per sembrare doverosamente drammatica e sincera, ma finisce invece col dimostrarsi artificiosa oltre ogni dire, nonostante le premesse storiche tratte da fatti realmente accaduti.

La visione scivola via tranquilla ma stanca, e tutte le aspettative di inizio film vengono esaudite: ci si indigna, ci si commuove, e alla fine la speranza colma i buchi del cuore (e dell’anima). O almeno così vorrebbe il regista-sceneggiatore americano. Nella realtà, al di là dell’ennesima (e mai inutile) testimonianza della forza dell’Uomo contro gli orrori della Storia, resta un film tutto sommato dimenticabile.