
Arrivare alla fine delle sessanta ore complessive di The Wire, è esperienza che rasenta l’Illuminazione. Una narrazione così perfetta e potente è annichilente, quasi sconvolgente, abituati (come siamo) a serial che si allungano, si accorciano, si trascinano o si chiudono per puri capricci del rating americano.
The Wire invece no.
The Wire è una serie che nasce, si sviluppa e si chiude secondo un preciso progetto originale. Unione inarrivabile di letteratura e immagine, in un’opera che dimostra cosa potrebbe (e dovrebbe) essere la televisione (intelligente) se non fosse schiava dei diktat della pubblicità. E non crediate sia puerile e sterile retorica, ma semplice verità.
The Wire è li a dimostrarlo. Creata e scritta da David Simon (ex reporter di nera del Baltimore Sun, tanto per gradire) è tra i più lucidi ritratti della realtà americana di fine millennio. Un appassionato e feroce racconto-fiume delle contraddizioni, dei fallimenti, delle miserie, delle storture del sistema americano e delle sue istituzioni. E sopratutto le conseguenze sulle vite dei suoi cittadini: dalle più alte sfere di comando alle classi più misere e abbandonate della società.
Parlare di stagioni (per inciso 5 in totale) non ha quasi senso con The Wire. Perchè The Wire è un’unica e maestosa epopea ambientata a Baltimora (città di nascita del creatore David Simon, che qui chiaramente funge da città-simbolo per molte altre metropoli contemporanee), che di anno in anno prende in esame diversi aspetti della stessa realtà. Poliziotti, spacciatori, avvocati, giornalisti, studenti, operai, sindaci e tossicodipendenti. Lungo l’ampio arco narrativo quasi nessuno sembra lasciato fuori dalla precisa disamina di The Wire. I personaggi sono mossi con abilità sublime: nessuno primeggia sull’altro, e nessuno sembra avere più importanza, a prescindere dalla sua moralità. Ogni storia si fonde con le altre, corre in parallelo o si incrocia, se ne distacca, in un gioco ad incastri che ha del portentoso. Merito, come già detto, di una precisa visione che non si piega alla necessità di far emergere o meno un personaggio (o magari l’attore che lo interpreta) a causa della sua presa sul pubblico. Tutto ha senso esclusivamente ai fini della narrazione.
Si inizia con il mondo dello spaccio di droga, le gang e la vita in strada, le indagini sui movimenti del narcotraffico e sulle figure che lo alimentano. Si passa poi al disfacimento della classe operaia americana, stritolata da una legislazione sconsiderata che ha smantellato il Sindacato nazionale. Subentrano inoltre i giochi di potere per le posizioni di comando, i colpi (leciti e meno) per lanciare (e affossare) carriere politiche di sindaci e governatori. Si prosegue con l’agonizzante situazione dell’istruzione nazionale, incapace di svolgere le normali funzioni di formazione e insegnamento per cronica mancanza di fondi e inadeguatezze dei programmi di studio. Si conclude poi con il mondo dei Media e del giornalismo, sulle storture causate da arrivismi, incompetenza e dubbia etica. Come detto: un viaggio che, a memoria, ha pochi (nessuno?) eguali nel panorama televisivo di ogni tempo. Un racconto delle strutture politiche e sociali assolutamente fenomenale.
Merito del suo creatore David Simon, e dello staff con cui ha scritto tutto lo show: Ed Burns (ex detective della Omicidi, tanto per gradire) e in misura minore di altri bravi sceneggiatori come Collins, Pelecanos, Lehane. Insieme, hanno scritto quello che si può tranquillamente definire come uno degli esperimenti di natura visivo-narrativa più belli e riusciti di sempre. Un tipo di televisione che guarda con rispetto ai grandi romanzi ottocenteschi, e che a quel tipo di racconto complesso e stratificato ha cercato, con successo, di rifarsi. L’affresco sociale di The Wire non teme confronti: come detto, ogni personaggio è funzionale (e non il contrario, come in molte altre serie), si evolve, appare solo quando è necessario, anche a distanza di molto tempo dalla prima apparizione.
Ogni stagione (l’ho già detto che parlare di stagioni ha poco senso? Bene!) offre un nuovo spunto di riflessione, prende in esame un altro aspetto sociale o politico, ma allo stesso tempo sviluppa e conclude archi narrativi precedenti, ne inizia di nuovi, il tutto orchestrato con abilità magnifica.
Il livello di complessità di situazioni, che rifugge le facilonerie dell’intrattenimento superficiale, esige una partecipazione intellettuale dello spettatore che non concede scuse. Come un romanzo di Dostojevski (spesso citato dagli sceneggiatori) The Wire pretende di “esserci”, per essere fruito. Non vuole intrattenere, ma più istruire. Di certo desidera mostrare usando un linguaggio non facile ma infinitamente più gratificante, sopratutto per chi cerca un tipo di esperienza intelligente e non banale.
Ci sarebbe molto da dire su The Wire. E sarebbe doveroso farlo, alla luce del fatto che la nostra (intelligente) televisione, sia privata (grave) che pubblica (gravissimo) lo ha snobbato: non un passaggio in chiaro (tanto per non smentire la mediocrità e la poca lungimiranza della televisione italiana). Ma il solito consiglio è quello di vederla. E subito. Anzi, mi si conceda il superlativo assoluto, subitissimo. Perchè The Wire è bellissimo (così facciamo pure la rima).
Pubblicato in TV Series
Tag: telefilm, The Wire, The Wire critica, The Wire recensione, The Wire serial, The Wire serie, Wire