
AVVERTENZA: nel testo che segue ci sono anticipazioni sulla quarta stagione.
A volte, è difficile esprimere quello che si prova. E non perchè manchino le parole, ma per l’esatto contrario.
Succede raramente che uno spettacolo susciti tale ridda di emozioni, ma succede.
Eppure, chi l’avrebbe detto.
Chi sospettava, qualche anno fa, quando ci si accostò a questa serie sci-fi semisconosciuta (ad oggi, nessuna rete italiana in chiaro ne ha ancora mandato in onda un solo episodio), con la sola curiosità di seguire un telefilm di genere così ostico per le platee italiane, con un nome fin troppo retrò, ai limiti del comico, nato sulle ceneri di una serie clone di Guerre Stellari, già interrotta sul finire degli anni ‘70 quando venne inizialmente realizzata; chi sospettava, si diceva, che sarebbe stato “solo” l’inizio di uno strepitoso viaggio che avrebbe condotto in luoghi affascinanti e rivoluzionari per la fantascienza in televisione? Forse nessuno. Probabilmente neppure chi ne tessé le lodi fin dal principio.
Ed ora invece siamo qui, già orfani di un’opera che meglio di molte altre ha saputo parlarci degli incerti confini della nostra umanità, del nostro bisogno di fede e religione, dei rischi e delle implicazioni della manipolazione tecno-genetica e delle reponsabilità che comporta sperimentare con essa, delle contraddizioni della guerra come mezzo coercitivo per imporre la pace, una pace unilaterale che deve (o dovrebbe) accontentare un’intera collettività con pluralità di pensieri e opinioni. Tutto questo in un’epoca storica di incertezze socio-politiche globali, in cui le verità, autentiche o inventate che siano, diventano obbligatorie per accomodare e rassicurare un’opinione pubblica sempre più sfiduciata e messa in ginocchio da una crisi economica che la colpisce sempre più da vicino.
Non è mai stata accomodante Battlestar Galactica, e non è mai scesa a compromessi. Come i suoi protagonisti, quale che fosse la loro posizione, si è evoluta nel rispetto della sua intima essenza, polemica, destabilizzante e indagatrice, curiosa nell’esplorare temi che con il genere di appartenenza avevano poco a che fare. O forse, dimostrando una volta di più come la fantascienza sia l’unico vero linguaggio narrativo universale, in grado di coniugare la realtà con il fantastico, trasformandosi nello specchio più autentico e schietto della società e delle sue contraddizioni.
Eravamo rimasti con 4 dei 5 cylon ancora senza identità, infine rivelati, e la posizione della Terra finalmente nota. Ma una volta raggiunta, la Flotta si era trovata di fronte ad una landa sterile e abbandonata, nuclearizzata secoli prima. Che cosa è successo? E sopratutto, cosa fare ora che la Terra Promessa, il Paradiso salvifico prefigurato dalla Profezia di Pitia, a cui il leader morente avrebbe dovuto condurre la razza umana, si rivela un miraggio inutile?
I primi episodi tratteggiano con maestria e bravura di scrittura l’apatia e la crisi in cui molti personaggi si trovano a naufragare. Numerose sono le scene cardine in cui il destino sembra appeso ad un filo, e il futuro un’oscura nube nel quale perdersi e disperarsi, letteralemente. Eppure, nonostante la drammaticità della situazione, ( che per inciso, ha contraddistinto Battlestar fin dal principio, con la distruzione delle Dodici Colonie e la fuga disperata dei sopravissuti dall’esercito cylon) la volontà di sopravvivenza ha sempre rianimato e scosso gli animi. A volte, portando in superficie il meglio di ognuno, a volte il contrario. Battlestar ha sempre indagato con coerenza virtù e debolezze umane. In questa seconda parte di stagione, sono molte le situazioni limite, apparentemente senza possibilità di risoluzione, aggravate da una sfiducia dilagante che ammorba l’intera Flotta, incapace di vedere un altro futuro, ora che il simbolo di “quel” futuro si è sciolto come neve al sole.
La rivelazione del quinto cylon, che avviene a metà (mezza) stagione, permette di dare risposta ad alcuni quesiti storici della serie. Sempre contraddistinto da una certa originalità di scrittura, gli sceneggiatori di BGS spiazzano per coraggio e capacità narrativa di trovare soluzioni non scontate, mantenendo una freschezza di linguaggio che tiene alto il livello dello show. Succede così che anche alcune delle puntate centrali, più verbose e meno movimentate rispetto ad altre maggiormente dinamiche, siano comunque appassionanti, con la trama che progredisce in maniera organica. E tutti i personaggi, sopratutto quelli secondari, hanno il loro momento di gloria, diventando protagonisti di archi narrativi che impreziosiscono il tessuto narrativo di Battlestar Galactica (come la scelta tragica di Dualla o il golpe militare di Gaeta e Zareck), dimostrando l’assoluto spessore dell’universo battlestariano, profondamente coerente e in grado di generare sottotrame intelligenti e stimolanti.
Ma è il finale di stagione, che coincide, tristemente, anche con la conclusione della serie, a riservarsi il posto d’onore.
Che Battlestar Galactica fosse una serie dalla qualità eccelsa era già stato ampiamente dimostrato da quanto fatto prima. Ma che sapesse chiudersi con tale slancio poetico, sfiorando a più riprese lirismo e autentica commozione, sciogliendo i nodi lasciati in sospeso, forse non tutti con immacolata perfezione, ma generalmente con autentica partecipazione emotiva, era probabilmente al di la di ogni più rosea previsione.
Ed invece, anche nel suo requiem finale, Battlestar non si smentisce, e non tradisce chi per anni l’ha seguita ed amata, complice anche quel suo essere così invisibile (almeno in Italia), che generalmente amplifica ogni sentimento d’ammirazione.
In uno dei passaggi più struggenti del finale, la famosa visione dell’Opera House prende corpo e tutti i protagonisti, contemporaneamente, si rendono conto di starne facendo parte, come da anni si vedevano in sogno. È difficile, in quei momenti, da spettattore, non sentirsi parte di qualcosa di più grande, allo stesso identico modo di come se ne rendono conto i personaggi del telefilm. Si sublima così il senso ultimo della serie: aver saputo parlare dell’uomo in maniera così profonda e intima, tanto da renderlo protagonista della storia. E anche quando alcune vicende si concludono con toni drammatici, i sentimenti che affiorano sono autentici, perchè nascono da sincera e viva partecipazione ad un lunghissimo viaggio (non solo figurato) intrapreso anni or sono. Un viaggio che dopo tanta sfiducia e dolore, finalmente si abbandona alla commozione.
Finemente elaborato e racchiuso in tessuti narrativi eterogenei ma animati da pensiero comune, il finale ripropone i temi portanti della serie: il bisogno di spiritualità, l’importanza di un uso consapevole della tecnologia, l’esistenza, anche se non dimostrabile, di una dimensione altra che sfugge ai sensi ma che esiste (forse la stessa a cui si riferisce Anders salutando Kara). Ma è sopratutto la dimensione spirituale del telefilm che caratterizza molte delle conclusioni delle sottotrame: come se, alla fine di tutto, a dispetto dell’evoluzione tecnologica e la conoscenza scientifica, fosse sempre e comunque l’aspetto metafisico e invisibile a caratterizzare le nostre scelte,e i nostri destini. Un messaggio in controtendenza con l’usuale atmosfera della serie, finalmente positivo, anche se quello sguardo controverso sulle conquiste robotiche di inizio millennio, mette davvero i brividi. Ciononostante, vedere Number 6 e Gaius Baltar perdersi nella folla di New York, riconcilia un po’ con il mondo.
Sei stato grande Battlestar Galactica, tra i più grandi di tutti. Ci mancherai.