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E così, alla fine, eccolo qui.
Superfluo ricordare le innumerevoli speculazioni, le aspettative, le promesse che questa avveneristica pellicola ha riscosso presso il pubblico e gli addetti ai lavori negli anni della sua lunga gestazione. Destinato, fin dal principio, alla metodica celebrazione anche solo per il semplice fatto di essere l’opera direttamente successiva, nella cinematografia di James Cameron, al film-fenomeno del millennio scorso (occorre citarlo?) Avatar è lavoro di difficile decifrazione. Perchè non trattasi semplicemente film, ma sarà, nelle speranze dell’industria, il perno salvifico su cui il cinema del futuro poggerà per risollevarsi dagli sconquassi che il digital downloading sta inesorabilmente causando. L’innovativo 3D di cui fa uso, elemento peculiare per cui l’opera di Cameron è stata leggendaria fin dai primi stadi di pre-visualizing, non è più semplice orpello, ma diviene elemento in essere della sua stessa esistenza. Vale a dire (invero un po’ oziosamente) che non è tanto Avatar ad esistere perchè ora esiste il 3D in grado di generarlo, ma il suo esatto contrario. Il 3D attuale è stato inventato affinchè potesse dare forma alla visione originale di Cameron.
Qualsiasi critica al film quindi, non può sciogliere questo indissolubile legame, poichè arte e tecnica sono qui fuse nel formare un corpus unico senza precedenti nella storia del cinema. E di questo, a Cameron, va dato doverosamente atto. Dopo essere stato il “Re del Mondo” grazie al transatlantico più celebre della celluloide, avrebbe potuto vivere di rendita per il resto dei suoi giorni. Fare immersioni fino a farsi crescere le branchie. Invece no. Cameron è mente lucida e mai doma, amante delle sfide e del rischio. E infatti cosa fa?
Osa.
Ancora una volta.
Osa andare fino a Tokyo dagli ingegneri HD di Sony ed “esigere” la creazione di una nuova telecamera 3D che possa dare vita alle sue visioni. Osa attendere 12 anni (in cui non solo non rimane in ozio, ma anzi sperimenta continuamente la nuova tecnologia, in attesa di quella che verrà) per realizzare un altro film dopo il successo più grosso del mondo del cinema, nonostante la consapevolezza che qualsiasi cosa avesse voluto realizzare, sarebbe stata prontamente finanziata. Osa utilizzare quasi 250 milioni di dollari per un film in computer graphic con protagonisti una versione ipervitaminizzata dei puffi. Genio o follia? Dilemma vecchio, e, ancora una volta, meramente ozioso. Di cui probabilmente Cameron se ne infischia. Perchè, come dice il vecchio adagio, chi sa fare fa, chi non sa fare insegna. E al buon James insegnare non interessa.
Che Cameron non fosse fine intellettuale, si sapeva da tempo. In fondo, al di la della brillante intuizione del Terminator, tutta la sua carriera testimonia le sue doti non propriamente esaltanti di sceneggiatore. Fosse stato un emulo dei Kerouac o degli Hemingway non si sarebbe certo laureato in fisica.
Ma è un visionario.
Un uomo in grado di vedere al di la di ciò che esiste. Di prefigurare mondi non conosciuti. E, grazie anche alle sue doti di disegnatore, di darvi precisa forma figurativa.
Che Avatar quindi deluda sotto l’aspetto puramente narrativo, è qualcosa che sorprende solo gli sprovveduti, solo chi nelle quasi tre ore del Titanic probabilmente pensava ad altro, ed era immune al continuo sciorinamento di luoghi comuni e archetipi stantii di un romanzetto di quart’ordine incastonato nel motore possente di un film dalla regia e dall’effettistica rivoluzionarie.
In questo senso, Avatar ne è l’esatta prosecuzione. Concedendoci una sorta di esemplificazione, è come una montagna russa: da fuori, si può imparare a memoria ogni singola variazione: la lunga picchiata iniziale, i giri della morte, le doppie rotazioni, le curve a velocità folli, così da poter dire, una volta saliti, di conoscere esattamente ogni caratteristica del percorso. Ma quando si sale, la (pre)conoscenza perde di significato, poichè l’esperienza diretta ha il sopravvento su tutto il resto. Avatar è una montagna russa. Quale piega possa prendere la trama, è chiara fin dai titoli di testa. E non è esagerazione. Ma la potenza visiva del suo mondo, lo stupore generato dai cangianti giochi cromatici e di luce, il poderoso senso di scoperta che si prova quando Jack Sully entra in contatto per la prima volta con la flora e la fauna di Pandora, sono squisitamente reali.
E la magia funziona. Un po’ ci si crede, anche se quel senso di dejà-vu non se ne va mai del tutto. Ma è tutto talmente florido, così immaginifico e potente, che ci si lascia trasportare dalla storia.
Avatar non poteva essere niente più di questo. Caricato da anni di continue speculazioni, di promesse (mantenute?) sull’ascesa e affermazione dell’esperienza 3D, sulla (re)invenzione dell’industria cinema, non poteva che dimostrarsi per quel che è: un’opera dalla tecnica devastante, con un 3D coinvolgente poichè usato in maniera finalmente organica alla storia, e non scimmiottato con pretese da fanta-parco giochi come alcuni primi film avevano fatto. Irriproducibile da un file avi scaricato chissà dove, e che lascia speranze di ripresa per un’intera industria che da qui deve ripartire, almeno per quanto concerne le produzioni ad alto budget.
Un film più di testa che di cuore, come è sempre stato nelle corde di Cameron. Che adesso, vinta l’ennesima sfida (i botteghini gli stanno dando ragione) può prendersi tutto il tempo che vuole per (re)immaginare la nuova frontiera del cinema. E da lui, ormai è chiaro, possiamo aspettarci l’ennesima vittoria.









