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[MOVIES] Iron Man: recensione

I blockbuster tratti dai comics americani staranno anche tenendo a galla Hollywood, ma è davvero impresa ardua, storicamente, trovare una sequela altrettanto numerosa di film fotocopia, che sfoggiano una carrozzeria da gran ammiraglia ma vengono trainati dal motore di una piccola utilitaria. Pescate a piacere tra l’immaginario di carta a stelle e strisce, confrontate la traduzione in immagini che ne è stata fatta, e il risultato sarà eloquentemente il medesimo: noia quando si è fortunati, trash quando le congiunzioni astrali hanno messo l’uomo sbagliato nel posto sbagliato con il fumetto sbagliato.

Le riduzioni che meritano il ricordo dei fan si possono contare sulla dita di una mano, e non è un caso che spesso si tratti dell’opera di autori fuori dall’ordinario, come Tim Burton o Christopher Nolan (tra l’altro al lavoro sullo stesso personaggio). Ora che la maggior parte dei supereroi è stata sfruttata, si va alla ricerca di quelle opere “minori” a cui Iron Man fa sicuramente parte, sempre partorito dalla fervida mente di Stan Lee, ma di certo non tra le sue creazioni migliori.

Ma quello che colpisce è che forse, per quanto in secondo piano nella produzione Marvel, Iron Man offre spunti più interessanti di tanti altri superheroes su una riflessione della tecnologia applicata alla bellica, e sulle questione morali e ideologiche che ne comportano. Prova ne sia la sostanziale modifica dell’ambientazione iniziale: laddove il fumetto originava con la prigionia di Stark in Vietnam, qui si è optato per un più “attuale” stato mediorientale, molto più vicino alle fobie contemporanee di quanto non potesse esserlo un vecchio nemico asiatico lontano nel tempo e nella memoria delle giovani generazioni. Per il resto, la storia segue abbastanza fedelmente quella originale, con il boss della multinazionale produttrice di armamenti, tale Tony Stark, che in un attentato viene fatto prigioniero da un signore della guerra e costretto a produrre armi. Si renderà conto che la sua attività è portatrice di morte e distruzione e per porre rimedio alla sua scellerata condotta costruirà un esoscheletro in metallo che gli conferisce enormi poteri.

Seppur legato a logiche di mercato di massa, ed edulcorato da riflessioni troppo politiche, Iron Man ha l’indubbio pregio di sapersi prendere i suoi tempi, di raccontare una storia senza per forza di cose far vedere in azione il protagonista entro i primi venti minuti di film. Ed infatti la pellicola parte piano, racconta la vita e il pensiero di Stark, lo segue nel suo totale disinteresse delle conseguenze della sua industria, per poi redimersi, maturare una coscienza e una responsabilità che lo porteranno a trasformarsi in Iron Man. Non avrà la portata intellettuale di un “Apocalypse Now“, ma almeno è palese la volontà di non raccontare la solita storia trita del supereroe contro il crimine. E in questo aiuta molto la scelta dei protagonisti, da Robert Downey Junior che sa dare il giusto spessore al suo Tony Stark, ma sopratutto al mefistofelico Jeff Bridges, che, calvo e con barbone, è davvero perfetto nei panni del socio in affari delle Stark Indistries, Obadiah Stane.

Ne esce un film tutto sommato degno, in virtù della scelta di esplorare più la vita di Stark come produttore di armi, e la conseguente crisi etica, che non come Iron Man, davvero protagonista solo in chiusura di pellicola con lo scontro contro la sua nemesi Iron Monger (sic!). Può quindi considerarsi un esempio dei migliori nella produzione comic-based, sebbene, in quanto tale, non rifugga le solite convenzioni del genere. Ma a confronto di soci dallo spessore di una sottiletta, questa è già una gran conquista.

[MOVIES][DVD] Indiana Jones e l’Ultima Crociata: recensione

Ad oggi, l’avventura cinematografica più ricca ed ed emozionante di Indiana Jones, la più foriera di particolari e citazioni, dal ritmo straordinario e sciabordante fin dai primi minuti di pellicola. Basta il quarto d’ora iniziale, che rivela più aneddoti sul passato dell’archeologo di tutti gli altri film messi assieme, per rendersene conto. Dalla fobia per i serpenti alla caratteristica cicatrice sul mento, dal leggendario Stetson al virtuosismo con la frusta, l’inizio di Indiana Jones è l’ultima Crociata è un folgorante flashback sulla gioventù di Indiana, che mette subito le cose in chiaro: dimenticate le “incertezze” del Tempio Maledetto, interessante ma forse sotto le aspettative, questo terzo episodio è il vero, e degno, successore del capostipite. Talmente convinto dei propri mezzi (e a ragione) da arrivare addirittura ad autoparodiarsi (”Sei sicuro che sia l’Arca dell’Alleanza?”, “Abbastanza sicuro”).

Ma la rapida incursione nell’adolescenza di Indiana (interpretato sullo schermo dallo sfortunato River Phoenix, che però non continuò il ruolo nella serie TV “Le Avventure del giovane Indiana Jones“) introduce, anche se “sibillinamente” fuori scena, la vera new entry di questo episodio, una figura fondamentale e dall’importanza storica per la saga: Henry Jones Senior, il papà di Indiana Jones. Una novità che non solo dona spessore alla figura di Indy (il quale funziona molto più come figlio degenere che non come figura paterna vista nel Tempio Maledetto) ma porta in scena uno scontro generazionale da leggenda. Jones Senior infatti è l’incarnazione classica dell’archeologo, studioso metodico fino al midollo, topo di biblioteca (come lo definisce il figlio) che lavora esclusivamente di logica, intuizione e ricerca storica. Contrapposto al dinamismo di Jones Junior, i due formano una coppia che funziona a meraviglia, tra alterchi verbali spassosi e reminescenze sul loro passato illuminanti. Ma il merito non è solo di un’ottima sceneggiatura brillante, ma anche di Sean Connery che, come padre di Indiana Jones, buca lo schermo forse più di quanto non abbia mai saputo fare Harrison Ford con Indiana Jones stesso. A riconferma che anche il cinema action può giovare di un’interpretazione di prim’ordine senza contare esclusivamente sugli spettacolari numeri degli stunts o degli effetti speciali.

Ma a funzionare, in “Indiana Jones e l’Ultima Crociata”, è tutto l’insieme degli ingredienti, mescolati assieme in maniera superba e sublime da uno Steven Spielberg in gran forma. A partire dalla premessa storica, la ricerca del Santo Graal, allo sviluppo dell’intreccio che conduce i protagonisti attraverso Venezia, Salisburgo, Berlino, fino alla splendida Petra in Giordania, il film risulta complessivamente (e oggettivamente) il più organico e complesso dell’intera trilogia, irresistibilmente divertente, ma che non nasconde comunque una sottile vena polemica (fulminante la battuta con cui Jones Sr. apostrofa un generale tedesco: “I nazisti dovrebbe leggerli i libri invece di bruciarli”) scene d’antologia (Indy in incognito che tra la folla si vede firmare l’agendina dal Führer in persona) e la solita pletora di numeri circensi che, come da tradizione, arricchiscono la resa visiva (e adrenalica) della pellicola.

“Indiana Jones e L’Ultima Crociata” ha solo un piccolo difetto: non essere il primo della trilogia, e non poter quindi fregiarsi di capostipite della saga, significando per la Storia del Cinema quello che nella realtà ha rappresentato il film del 1981. Per il resto, supera di gran lunga gli altri due episodi. Come ricchezza narrativa, senso del ritmo, scrittura cinematografica e alchimia degli attori, senza dimenticare una realizzazione tecnica intelligente che fa uso dell’effetto digitale solo quando strettamente necessario ai fini della storia, la pellicola rimane il vertice assoluto raggiunto dall’avventura cinematografica del grandissimo Indiana. Un esempio, divenuto classico, di grandeur hollywoodiana perfettamente coniugata a esigenze di mass market e spiccata vena autoriale, anche se affezionata ai linguaggi universali del cinema di massa. Un primato che ora solo il quarto, imminente, episodio della saga può cercare di battere. Per il resto, se “I Predatori dell’Arca Perduta” verrà ricordato come l’inizio di ogni cosa, e porterà alla mente ricordi di “visioni cinematografiche inedite” che i seguiti non potranno mai vantare, il terzo sarà ricordato come la migliore espressione, e realizzazione, dell’universo di Indiana. Teschi di Cristallo permettendo.

[MOVIES][DVD] Indiana Jones e il Tempio Maledetto: recensione

Secondo episodio delle gesta dell’archeologo più famoso del grande schermo, “Indiana Jones e il Tempio Maledetto” è un film all’insegna del “di più”. Più effetti, più storia, più personaggi, più azione…insomma, più Indiana Jones! L’eredità de “I Predatori dell’Arca Perduta” era in effetti un’arma a doppio taglio: certamente una pellicola che aveva consegnato il personaggio al Mito, ma anche un capolavoro con il quale era obbligatorio confrontarsi ed auspicabilmente superare. Obiettivo che, va detto, il duo delle meraviglie Spielberg-Lucas non riuscì a raggiungere, ma seppero comunque confezionare un seguito che soddisfaceva quasi tutte le aspettative, dimostrandosi frenetico e coinvolgente com’era lecito aspettarsi da una nuova avventura di Indy.

In particolare, si nota proprio in fase di sceneggiatura quanto le “mire” fossero in realtà molto più ambiziose. “Dimenticata” la combattiva Marion Ravenwood, Indiana si trova a dividere il suo viaggio con la petulante cantante Willie Scott, artista americana trapiantata a Shanghai (interpetata in maniera esilarante da una divertita, e splendida, Kate Capshaw, talmente raggiante che Steven Spielberg pensò bene di sposarla) e il piccolo cinesino Shortie Round, spalla (se mai ce ne fosse bisogno) del protagonista.
Ma è in particolare la prima che riserva le scene più comiche di tutto il film: la borghese snob alle prese con elefanti puzzolenti e teste di scimmia servite come dessert, è esilarante ed irresistibile, e in coppia con Jones da vita a schermaglie tipiche della screwball-comedy anni ‘40 (pur non raggiungendo i medesimi risultati comici).
Chi invece delude è proprio il piccolo Shorty. Per quanto bravo, inserire un ragazzino nel terzetto protagonista fa spesso scivolare Spielberg nel suo infantilismo un po’ di maniera, dolciastro e zuccheroso oltre il dovuto. Viene così un po’ a mancare la mano ferma di un orologiaio che sa oliare il suo meccanismo alla perfezione.

Ma la di la di queste piccole imperfezioni, la formula collaudatissima si riconferma tale, e, com’era stato per il primo, anche questo episodio consegna alla storia un’infinità di scene leggendarie: dalla fuga (in canotto!) dall’aereo senza carburante, al banchetto “forbito” al palazzo reale, dai sacrifici umani alla dea Khali (con tanto di truculenta immagine del cuore pulsante appena estirpato) agli inseguimenti sui carrelli nei tunnel di lava, fino alla mirabolante conclusione sul ponte tibetano. Tutte godibilissime (ma è un leit-motiv della serie) ancora oggi.

Sebbene inferiore al primo, anche “Indiana Jones e Il Tempio Maledetto” è un film che merita visione (e rivisione) che diverte, che entusiasma, che prosegue meravigliosamente quella riscoperta di un cinema nazionalpopolare che rifugge la risata volgare anteponendovi un intrattenimento curato e intelligente, fiero erede del filone avventuroso americano di qualche decennio fa, che attraverso le gesta dell’indomito archeologo rivive a nuova giovinezza.

[MOVIES][DVD] I Predatori dell’Arca Perduta: recensione

A pochi giorni dall’attesissimo (e fino a pochi mesi fa insperato) quarto episodio, è quasi doveroso “rispolverare” (in realtà è uno di quei film che gode di rivisione sistematica) il capostipite della serie, la pellicola dalla quale nacque tutto, un genere (e se non proprio un genere, di certo un nuovo modo di realizzare un genere) e la leggenda dell’archeologo più famoso del mondo.

Partorito dalla fervida mente di George Lucas, quando ancora gli strabilianti prodigi della Industrial Light & Magic non avevano soffocato le sue capacità straordinarie di affabulatore, “I predatori dell’Arca Perduta” è un giocattolo pop divertentissimo e dal meccanismo perfetto, debitore dei film seriali degli anni ‘30, ma anche (e sopratutto) figlio di quella nouvelle vague hollywoodiana che sul finire degli anni Settanta partoriva capolavori a ripetizione. Merito sopratutto di chi poi diresse il film, Steven Spielberg, che prese la sceneggiatura di Lawrence Kasdan (sviluppata da un soggetto di Lucas e Philip Kaufman) e gli donò tutta la gioiosa freschezza del suo cinema ingenuo ma non semplicistico, rutilante e irresistibile fin dai primi attimi (indimenticabile la sequenza nella grotta per recuperare l’artefatto maya).

Un ritmo talmente ben orchestrato e dall’impianto così perfetto che ancora oggi emoziona e sorprende, senza mai stancare. La figura di Indiana Jones, archeologo spaccone molto più incline alle mani che al cervello, giganteggia e affascina, senza temere confronti con nessuno degli emuli venuti dopo, grazie ad una caratterizzazione a cui Harrison Ford, attore con forti inclinazioni fisiche più che attoriali, ha prestato il suo phisyque du role perfetto, condito da un’irriverenza manesca e sbruffona. Se Indiana Jones piace al pubblico è più per la sua ironica irruenza che non per la capacità intellettiva (come sarebbe lecito aspettarsi da uno studioso) ed è grazie a questa sua spiccata caratteristica che ispira empatia nel pubblico, conquistandolo.

Ma oltre alla caratterizzazione forte del protagonista, “I Predatori dell’Arca Perduta” gode di invenzioni visive che hanno fatto storia, che hanno dettato per anni (e forse dettano ancora) metodologie di ripresa, numeri acrobatici ed esempi di montaggio che ancora oggi colpiscono e incantano. La già citata scena inziale, con il masso rotolate, ma anche la fuga dalla tomba egizia piena di serpenti, le rincorse tra le vie del Cairo (e leggendaria pistolettata risolutoria) o la magnifica sequenza finale con l’apertura dell’arca. Trattasi di scene così ben ideate e realizzate che hanno superato brillantemente non solo la prova del pubblico, ma sopratutto la ben più ardua prova del tempo, dimostrandosi fresche e intelligenti oggi come allora.

Vale senza dubbio recuperare questo classico del cinema popolare, non solo in virtù di una “rinfrescata” filologica della trilogia in attesa del quarto capitolo, ma anche (e sopratutto) per ricordare come il cinema delle idee (in cui l’effetto speciale è in funzione della storia, e non viceversa) riuscisse a incantare e deliziare con intelligenza e ironia, senso del meraviglioso e una giusta dose di humour. Una lezione che il cinema americano sembra aver irrimediabilmente perso.

[MOVIES][DVD] Blade Runner Final Cut: recensione

Sono davvero pochi i film che vantano una storia travagliata come Blade Runner, e che nonostante le difficoltà, i ripensamenti, gli scontri (alcuni molto accesi), siano stati portati a termine impressionando, profondamente e indelebilmente, l’immaginario collettivo e influenzando la percezione e la rappresentazione di un genere, la fantascienza, che a distanza di 25 anni non smette ancora di ispirarsi e rielaborare le straordinarie immagini del film di Ridley Scott. Ha qualcosa di miracoloso. Blade Runner stesso è un miracolo frutto di una straordinaria serie di eventi (fortuiti, voluti, accidentali, inevitabili) che lo hanno portato ad essere un fenomeno underground così universalmente leggendario. Così rivoluzionariamente destabilizzante da far parlare di se ancora oggi.

Una genesi che parte dal libro di Philip K. Dick “Do Androids Dream Of Electric Sheep?” e che prosegue con anni di travagliata lavorazione: dalle molteplici riscritture dello script da parte di due diversi sceneggiatori, Hampton Fancher e David Peoples, alle vicissitudini produttive, i problemi finanziari, gli screzi sul set tra regista, troupe e attori, i budget sforati, le difficoltà in post produzione, le molteplici versioni montate e le cause legali tra produttori esecutivi, la Warner Bros e Ridley Scott. Una storia così complessa, ma allo stesso tempo affascinante, che si rende necessario leggere l’illuminante libro di Paul M. Sammon “Blade Runner La Storia Di un Mito” per cercare di districarsi tra tutte le varianti (e variabili) che hanno portato a compimento(?) il progetto originario.

Un progetto che per anni è rimasto in una sorta di “ibernazione”, con una versione montata e distribuita nei cinema che però viene rifiutata dal regista, e una tardiva (10 anni dopo) Director’s Cut che elimina molte delle modifiche indebite apportate dai produttori e reinserisce elementi fortementi voluti da Ridley Scott.
Ma è con il 25° anno dalla prima uscita del film, idealmente avvenuta con l’anteprima al Continental Theater di Denver, che finalmente l’odissea di Blade Runner, la sua continua “riscrittura” visiva, può dirsi conclusa; ossia con l’uscita della versione denominata The Final Cut, che in maniera definitiva suggella la visione originale del regista, portata finalmente a compimento. Versione proiettata al Festival del Cinema di Venezia 2007 e che poi è stata inclusa nel cofanetto celebrativo (e si spera definitivo) di questa grandissima opera. Composto da 5 DVD, racchiude un tesoro inestimabile per i fan. 4 versioni distribuite del film (la Final Cut del 2007, la cinematografica USA del 1982, la cinematografica internazionale del 1982 e la Director’s Cut del 1992), la leggendaria copia lavoro (utilizzata nel 1982 per le anteprime, e distribuita in home video nei soli Stati Uniti) e diversi documentari e contenuti speciali, con interviste, materiali di scena, sequenze eliminate, bozzetti, storyboard. Un tale concentrato di informazioni e materiali d’epoca da renderlo un acquisto semplicemente obbligato.

DISCO 1
Blade Runner The Final Cut

La fantomantica versione “definitiva” preparata da Scott per il 25° anniversario dell’uscita del film, è in pratica una Director’s Cut a cui sono stati aggiunti pochi fotogrammi di raccordo ed eliminate alcune imprecisioni nei dialoghi. In particolare, la famosa incongruenza tra il numero di replicanti che assaltarono la Tyrell e quelli poi ritirati da Deckard, (dovuta al taglio, per motivi di budget, della parte della replicante Mary quando la scena tra il capitano Bryant e Deckard era già stata girata), l’intervento digitale nella scena della morte di Zhora (in cui era scandalosamente riconoscibile la controfigura, addirittura vestita con una parrucca completamente diversa da Joahnna Cassidy, scena mai rigirata per limiti di tempo) e il volo della colomba in un cielo irrealmente sereno, più altre varie aggiunte, in particolare nell’incontro tra Tyrell e Batty (ora molto più crudo e violento) e quello finale tra Deckard e Batty.

Dal punto di vista contenutistico però, non viene aggiunto nulla che non fosse già stato visto nella Director’s Cut, con l’odiato voice-off sopresso, la sequenza dell’unicorno ancora presente e il finale ecologista eliminato. Una scelta autoriale che non convince del tutto i fan della prima versione distribuita, affezionati alla narrazione fuori campo (invero ingrediente fondamentale dell’atmosfera da film noir) e non disposti a credere all’origine artificiale di Deckard stesso, testimoniata dall’origami lasciato da Gaff.

Ma al di la della corrente di pensiero condivisa, è interessante notare (se mai ve ne fosse stato bisogno) come Blade Runner, a distanza di decenni, sia ancora un film talmente pregno di significati, di sottotesti, di chiavi interpretative da renderlo un’opera senza tempo.
Visivamente è ancora una un’esperienza fortemente (s)co(i)nvolgente. La società oppressa immaginata da Scott, perennemente avvolta nel buio e nella pioggia, formata da individui anonimi che come formiche si muovono tra palazzi enormi e fatiscenti, su strade di fango e vapori, è illuminante e deprimente al tempo stesso. Una sorta di futuro prossimo venturo, visualizzato ante-litteram, forse non nel 2019, ma magari qualche secolo più avanti.
Il lavoro svolto da Douglas Trumbull e Syd Mead ha ancora un sapore fortemente attuale e contemporaneo. Un lavoro che persiste sopratutto grazie alla fisicità di quanto si vede sullo schermo, laddove l’effettistica digitale dei film moderni ha forse permesso riprese più ardite, ma riduce a evidentente artificio molti dei paesaggi creati al computer. Colpisce in particolar modo la profonda coerenza di un mondo che convince (e stupisce) anche solo osservando i più minuti particolari e non solo le panoramiche di una metropoli futuristica. I costumi, gli oggetti tecnologici, le facciate delle architetture, il design degli interni. Tutto in Blade Runner ha un senso preciso e contribuisce all’atmosfera del film. Ed è ancora più incredibile analizzando quanti particolari Scott inserisce in un ogni singola inquadratura, la mole di dettagli, l’uso innaturalistico della luce, i tagli vertiginosi di ripresa.

Sopratutto la storia, all’epoca accusata di estrema ermeticità e difficile comprensione, ha dimostrato invece quanto fosse in anticipo sui tempi. Blade Runner è un film che parla, in senso stretto, di come donare la vita (biologicamente o artificialmente) sia un’azione che prevalica l’atto stesso della creazione (di per se stesso semplicistico, quasi senza valore) ma che presuppone una serie di questioni etiche e morali fondamentali. I replicanti, creati ad uso e consumo della società umana, sviluppano sentimenti che non erano previsti nel progetto originale, ma che trovano comunque, a dimostrazione della totale imprevedibilità della vita, la maniera per manifestarsi. E lo spregevole tentativo di controllo operato, i 4 anni di vita, sono un atto tanto miope quanto scellerato, che ha conseguenze disastrose proprio per coloro che tentano di concretizzarlo.
La morale del film è un inno alla vita (in ogni sua forma, anche artificiale) che certamente stride con la visione squallida e pessimistica della società, ma che proprio in virtù di questo ardito accostamento trova perfetta sublimazione nello struggente e splendido finale, quando il replicante Batty, di fronte al suo corpo che inarrestabile inizia a irrigidirsi, invece della resa sceglie di continuare ad amare e preservare quella stessa vita che scivola via, risparmiarmiando il suo acerrimo nemico. Una lezione morale fulminante e spiazzante, proprio perchè proviene da “una macchina biologica” creata e programmata per non goderne.

Strutturalmente il film procede per incontri-scontri (tra Holden e Leon, Deckard e Bryant, Batty e Chew, Deckard e Tyrell, Pris e Sebastian e così via) forse retaggio delle intenzioni originali di ambientarlo completamente in interni con dialoghi tra gli attori. Una struttura che poi ha trovato una rappresentazione del futuro così straordinaria da caratterizzare in maniera indimenticabile la resa visiva del film. Blade Runner funziona da qualsiasi angolazione lo si osserva; è come un cubo di Rubik che mantiene intatta la sua forma geometrica pur scombinandosi in migliaia di varianti colore. I personaggi sono tutti, disperatamente, alla ricerca di una salvifica redenzione, cercando di sopravvivere tra le strade di una Los Angeles luciferina e inospitale, squassata dalle esplosioni delle raffinerie petrolifere e battuta da una pioggia incessante.
Memorabili moltissime scene, tra cui la scoperta di Rachel sulla sua natura artificiale, straziante ancora oggi, lo scontro edipico tra Batty e il suo creatore Tyrell, culminato nell’uccisione del “padre”, oggi ancora più violenta ed esplicita rispetto al passato grazie alle aggiunte della Final Cut, il ritiro di Zhora e la sua disperata fuga che si frantuma tra schegge di vetro, fiocchi di neve e schizzi di sangue, fino all’ultimo, leggendario ed epico confronti tra Batty e Deckard, due anti-eroi condannati comunque a perdere, le ormai mitiche lacrime nella pioggia, e il senso di oppressione che come il volo di una colomba, finalmente, sparisce.

Fiumi di inchiostro sono stati versati per Blade Runner, e probabilmente altrettanti se ne verseranno in futuro. La Final Cut forse potrà mettere fine alla lunga diatriba sul montaggio definitivo, ma di certo non metterà fine alla leggenda e al culto che difficilmente trova eguali nella storia del cinema. Uno dei rari esempi di film che con il tempo non invecchiano, ma acquisiscono ulteriore fascino e nuove chiavi di lettura, rese possibili dall’avanzamento culturale della società, che il film di Scott aveva già prefigurato oltre vent’anni fa. Un capolavoro, puro e semplice.

DISCO 2
Dangerous Days: La Realizzazione di Blade Runner

Un documentario di oltre 3 ore e mezza che riunisce interviste ex-novo al regista, al cast, ai produttori e alla troupe e che ripercorre, anche grazie a materiale inedito di scena, la gestazione che ha portato alla realizzazione del film, durata quasi sette anni. Una miniera di informazioni solo in parte già nota grazie al libro di Sammon, e che raccontato dai diretti protagonisti assume un significato totalmente nuovo. Suddiviso per blocchi tematici cronologicamente ordinati (dalla stesura della sceneggiatura alla composizione del cast, dalle riprese alle tensioni sul set, dall post produzione all’uscita vera e propria) è una cavalcata appassionata e appassionante nella storia, conosciuta e non, di uno dei più grandi capolavori della storia del cinema. Interessante sopratutto perchè contraddistinto da una serie pressochè infinita di aneddotica e retroscena, di racconti in prima persona e ricordi, ora addolciti dal tempo, di rapporti turbolenti e travagliati, così come lo fu il cammino realizzativo del film.

DISCO 3
Blade Runner Teatrichal Version 1982
Blade Runner Internation Version 1982
Blade Runner Director’s Cut 1992

Un disco di importanza filologica che racchiude le precedenti versioni di Blade Runner, importante sopratutto perchè per la prima volta propone in versione digitale la famosa versione con voice-off e finale ecologista mai commercializzata in DVD prima. L’unica possibilità per i fan della versione originale di vederlo e rivederlo anche grazie all’opera di restauro digitale operato (fatto comunque su ogni versione presente nel cofanetto).

DISCO 4
Contenuti Speciali

Il perfetto complemento a Dangerous Days nel disco 2. Laddove il documentario ripercorre la vita intima del film e la sua realizzazione dal punto di vista dei diretti artefici del progetto, i contenuti speciali di questo disco esplorano in maniera certosina gli aspetti secondari, ma parimenti importanti, della pellicola.

Sopratutto sul lavoro di pre-visualizzazione di Syd Mead e i bozzetti preparatori per il look del film, i modellini e gli effetti di Douglas Trumbull, ma anche un ricordo affettuso di Philip k. Dick (e le sue prime rimostranze al progetto), la realizzazione della locandina, i provini per alcuni ruoli (Rachel e Pris) le scene eliminate, gli spot promozionali, il lavoro di restauro per la versione in DVD, fino all’impatto del film nelle filmografie di altri film-makers. Un compendio (e una celebrazione) di un film che da anni ispira e influenza.

DISCO 5
Blade Runner Workprint Version

Un contenuto dall’importanza filologica fondamentale: la copia lavoro utilizzata per le anteprime di Denver e Dallas, non ancora definitiva e contenente diverse variazioni nella traccia audio, nella colonna sonora (Vangelis stava ancora ultimando i lavori nello studio di Londra) e in alcune scene poi eliminate. Un “regalo” inaspettato e prezioso, perchè testimonia la travagliata genesi di un capolavoro che finalmente può essere visionato dai fan del film di Scott.

Complessivamente, il cofanetto a 5 dischi per il 25° anniversario del film si conferma un compendio spettacolare per tanti anni di dolorosa attesa. La mole di informazioni contenute, così come le diverse versioni del film, è spettacolare e sconvolgente. I commenti del regista e della troupe (purtroppo non sottotitolate), le interviste, i materiali di scena, i trailer, gli speciali, le scene eliminate, il restauro digitale, le cartoline incluse. Tutto concorre nel renderlo un acquisto assolutamente obbligato per i fan di questo capolavoro.
Un cofanetto di cui si potrebbe facilmente non smettere mai di parlarne. Il solo modo è acquistarlo, e lasciarsi finalmente andare alla visione. Che accompagnerà per ore, ore e ancora ore. Monumentale.

[MOVIES] U2 3D: recensione

Il 3D salverà il cinema, inteso come luogo privilegiato per la fruizione delle opere cinematografiche, o verrà definitivamente fagocitato dalla concorrenza degli home-cinema domestici (DVD e BluRay) e dalla pirateria dilagante? Difficile fare pronostici, ma Hollywood (e l’industria tutta) sta provando da tempo a correre ai ripari.

Una strada già battuta in precedenza è quella di offrire un’esperienza “sensoriale” non replicabile dai lettori consumer, e dopo i primi timidi tentativi, i formati ultra panoramici alla IMAX, l’ultima tecnologia in arrivo è il Digitale 3D, un sistema di ripresa che, tramite lo sdoppiamento delle immagini e degli speciali occhialini da indossare, simula la profondità di campo in maniera eccezionale.
Preceduto in ordine di tempo dal “Beowulf” di Zemeckis, anche questo ultimo film della coppia Mark Pellington e Catherine Owens, girato in occasione di alcuni concerti degli U2 in Sudamerica, fa uso di questa innovativa tecnologia per offrire agli spettatori uno spettacolo rivoluzionario.

Del film non v’è poi molto di cui discutere, trattandosi ovviamente di un concerto della band irlandese che piacerà o meno a seconda del rapporto che si ha con la loro musica. Ma da un punto di vista squisitamente tecnico queste prime pellicole tridimensionali possono fornire interessanti spunti di riflessione. Può davvero il Digitale 3D, o invenzioni similari atte a rendere la visione al cinema un’esperienza non replicabile, avere successo e risolvere, o quantomeno alleviare, la crisi che da qualche anno investe tutto il settore? La risposta è difficile, ma una descrizione spassionata di ciò che uno spettacolo simile offre, ossia un coinvolgimento senza dubbio esaltante, può aiutare a formulare qualche ipotesi. Pur sconfinando nell’attrazione da parco dei divertimenti, una proiezione in Digitale 3D riesce inaspettatamente a prendere per mano lo spettatore, dandogli la percezione visiva di trovarsi davvero tra la folla di fan adoranti e urlanti, o di essere sospinti, quasi per magia, dalle telecamere mobili che con ampie e vertiginose carrellate riprendono l’evento. Ed è una sensazione che difficilmente “viene a noia” durante la visione. Anzi cresce in maniera quasi esponenziale e serba addirittura ulteriori sorprese quando alle riprese live vengono aggiunte coreografie digitali. 

Purtroppo il soggetto di questo film è di difficile decrittazione: un fan (ed io lo sono) non può che vedere moltiplicato il suo coinvolgimento emotivo, sopratutto se ad uno dei concerti della band vi ha già partecipato (ed anche in questo caso, la mia risposta è affermativa) e le scene filmate non fanno che riportare alla memoria ricordi e sensazioni che attendono un qualsiasi pretesto per riaffiorare. Ma c’è da chiedersi, quando questa tecnologia verrà applicata ad un’opera di fantasia, magari ad un frenetico inseguimento tra auto o una sparatoria furibonda, o anche solo in un’ambientazione da film fantasy, quali saranno i benefici effettivi apportati alla visione cinematografica? Probabilmente molti.

Per quel che vale, la visione di U2 3D prospetta scenari interessanti: la tecnologia ha potenzialità elevate, e se i registi ed in generale i creativi cinematografici sapranno approfittarne, potrebbero davvero godere di quel vantaggio inarrivabile che un apparecchio domestico non sarebbe in grado di riproporre. Ma per avere un quadro più completo, bisognerà attendere i veri film che stanno per arrivare, tra cui spiccano diverse produzioni Disney e l’ultimo, attesissimo, lavoro di James Cameron. Forse il futuro è già qui.

[GAMES][360] Assassin’s Creed: recensione

WOW. Difficile non rimanere basiti entrando nel mondo di Assassin’s Creed. Vedere la grazia con cui Altair, il protagonista, si muove tra le strade di Gerusalemme, di Acri o di Damasco. Sentire i raggi del sole battere sulla propria pelle, o la polvere dei viottoli insinuarsi tra i vestiti. Ammirare la maestosità degli edifici sacri in contrapposizione alla fatiscenza delle dimore comuni.
Dal punto di vista visivo, il titolo Ubisoft è una dimostrazione di muscoli incredibile, un traguardo tecnologico (e artistico) che spinge in la il settore e si pone come paragone per i giochi futuri. Un chiaro segnale di cosa possa rappresentare, ai fini del coinvolgimento ludico, una fotorealistica rappresentazione della realtà (o come in questo caso, del suo passato).

Sebbene in realtà le gesta di Altair nelle Terre Sante siano i ricordi genetici recuperati tramite l’Animus, una macchina in grado di rievocare le imprese dei progenitori, la storia ha luogo ai nostri giorni. Ma è solo un pretesto fittizio, un’esigenza di sceneggiatura che arricchisce solamente l’intreccio, senza peraltro porvi particolari aggiunte contenutistiche. Il vero fulcro del gioco ha luogo ai tempi delle crociate. Ed è innegabile che, per quanto l’iconografia classica del periodo ci da modo di sapere, il feeling del periodo sia stato reso in maniera perfetta. Cavalcare attraverso valli e dirupi, incrociando sul proprio cammino crociati e templari, semplici contadini e venditori ambulanti, è esperienza altamente esaltante. Così come le circensi capacità di Altair, le sue corse attraverso i tetti di Masyaf o di Damasco, i suoi salti portentosi da un muro di cinta alla facciata di una moschea, le sue scalate vertiginose fino alle croci sulle torri cristiane. Grandioso, grandioso, e ancora grandioso.

Poi però, quando l’occhio si abitua al tripudio orgiastico allestito da Ubisoft Montreal, subentra la fase prettamente ludica: il gioco. E li, allo stesso modo di una mancata presa che condanna Altair ad una rovinosa caduta, Assassin’s Creed incespica sui suoi stessi passi e si sgambetta in maniera plateale. La totale assenza di varietà colpisce duro fin quasi all’inizio, non appena si esce da Masyaf, la piccola cittadina che ha il solo compito di introdurre il giocatore alle capacità fenomenali del protagonista. Che ci si diriga ad Acri, a Gerusalemme, a Damasco, o che anche solo ci si muova nello sterminato Regno, le azioni da compiere sono risicate ed una identica all’altra, peraltro reiterate selvaggiamente dall’ampio numero di strutture presenti. In pratica, ci si riduce alla solita conta delle torri da scalare per attivare i punti di osservazione, alla conta delle persone da aiutare per ricevere iun cambio sostegno dalla popolazione, alla conta delle bandiere da collezionare (questo obiettivo puramente accessorio, utile solo al punteggio degli achievements), alla conta dei templari da eliminare. In ultima istanza, ci si può dirigere direttamente al candidato soggetto da assassinare, per poi tornare dal proprio signore Al Mualim e procedere con la storia.

Si rimane increduli da quanta dedizione Ubisoft abbia saputo infondere alla cornice grafica del suo gioco, ma abbia completamente tralasciato (o sottostimato) la componente ludica, complessivamente insufficiente. Assassin’s Creed è un gigante dai piedi d’argilla, un fascio di nervi e muscoli dalla potenza prodigiosa che poggia su traballanti fondamenta di carta. Un titolo in grado di stupire ed ammaliare quando lo si guarda, ma che poi delude e annoia quando lo si gioca. Uno spreco. Neppure l’intreccio narrativo sprona il giocatore all’insistenza. Troppo verboso e troppo ingenuamente esile. Rimane la performance tecnica che strabilia e convince, che fa ben sperare nel proseguo della serie (visti i dati di vendita, è improbabile che la casa francese non abbia già in cantiere il seguito) e in parte diminuisce, vista la mole meravigliosa di locazioni da esplorare, la noia che la giocabilità provoca.

Assassin’s Creed è un mondo circoscritto ma che come nessun altro ha saputo nascondere i limiti della propria artificiosità, riuscendo a dimostrarsi quasi vivo e palpabile, assolutamente e meravigliosamente credibile da qualsiasi angolazione lo si guardasse. Purtroppo non ha saputo essere altrettanto credibile quando lo si affronta pad alla mano. E vista la preziosa cornice, la delusione della tela esposta raddoppia.

[MOVIES] Alla Ricerca dell’Isola di Nim: recensione

Esistono almeno due buoni motivi per parlare bene di questo film. In primis perchè dà l’occasione ad una grande, grandissima attrice, al secolo Jodie Foster, di staccarsi dalla serie di ruoli drammatici in cui sembra(va) intrappolata e confrontarsi finalmente coi toni comici di una commedia per bambini.
Secondo perchè, in un periodo di potterismo dilagante, dove sembra che ai ragazzi non siano rimaste altro che storie fantasy o di magia (vedi, tra gli altri, “La Bussola d’Oro“, “Eragon” o il recente “Spiderwick“) recuperare le atmosfere avventurose alla Salgari relegando in un angolo l’effettistica digitale è comunque una decisione da applaudire.

Un film però non vive di sole buone intenzioni, e se è vero che forse bisognerebbe smetterla di vedere i film per bambini sperando di aver mantenuto, nonostante l’età, quel nitore di sguardo e purezza di cuore, è altrettanto vero che non tutto funziona a meraviglia in questa pellicola dei coniugi Levin, nemmeno cercando di chiudere un occhio (anzi due) e mandando in pausa temporanea l’incredulità così preponderante nella cinica età adulta.

Il fatto è che la storia di Nim, che vive col padre biologo in un’isola deserta e sconosciuta (dov’è che l’abbiamo già sentita questa?) e intraprende una fitta corrispondenza online(!) con l’autrice agorafobica (che lei crede uomo) dei suoi romanzi d’avventura preferiti per chiedere aiuto per il padre disperso in mare, nasce su basi tutto sommato intriganti, ma poi si perde in un intreccio posticcio e a tratti inconsistente. Non mancano le scene divertenti (quasi tutte con protagonista la Foster e il suo improbabile viaggio attorno al mondo per raggiungere, dal suo appartamento di New York da cui non esce mai, la piccola Nim dipersa nel Pacifico), ma le varie sottotrame che il film esplora, da quella più squisitamente ecologista all’importanza dei legami familiari, passando attraverso i concetti di eroismo e altruismo allo sprezzante sfruttamento delle risorse ambientali, sono tutti trattati con tale colpevole superficialità, da sembrare banali anche per un bambino (spesso molto più critico degli adulti).

Si ha l’impressione che i registi abbiano voluto arricchire la pellicola con diversi spunti di riflessione, ma abbiano accidentalmente fallito dall’approfondirne uno qualsiasi. Nulla di imperdonabile, d’altronde sempre di film per bambini si parla, spettatori spesso genuinamente recettivi a qualsiasi stimolo narrativo e disposti a viaggiare di fantasia senza porsi troppe domande, ma è come raccontar loro “la Volpe e l’Uva” di Esopo (per restar nella fiaba) privandola di qualsiasi morale.
Rimane semplicemente una bella visione, luoghi esotici ripresi magnificamente, molte scene comiche che strapperanno la facile risata, qualche momento commovente, ma a fine film nulla che invogli veramente ad una rivisione. Ed è un peccato, perchè come Pinocchio e Cenerentola, storie che venivano raccontate decine e decine di volte, Nim aveva le gli ingredienti (e probabilmente le intenzioni) per poter diventare un piccolo classico per l’infanzia, ed invece deve accontentarsi di far da tappabuchi tra la visione di un episodio e l’altro della saga potteriana.

[MOVIES] Next: recensione

Stavolta tocca al racconto “The Golden Man” (in Italia “Non Saremo Noi”) dell’eterno Philip K. Dick, fornire lo spunto per l’ennesimo sci-fi movie hollywoodiano. Alla guida del progetto è stato chiamato Lee Tahamori, esploso con il fenomenale “Once Were Warriors“, ma ultimamente autore dei non certo esaltanti “007 - La Morte Può Attendere” e “XXX 2“.

Chris Johnson ha una capacità: riesce a vedere il futuro. Ma solo 2 minuti, e solo ciò che direttamente lo coinvolge. Un dono che sapientemente “gestisce” dividendosi tra la sua professione di mago (dove prevede cosa accadrà al pubblico) e giocatore d’azzardo (dove prevede l’uscita delle carte cercando di non dare troppo nell’occhio). E poi c’è quella visione, una visione speciale, perchè molto più in la del tempo concessogli per la chiaroveggenza, la visione di lei, splendida e mozzafiato, che entra dalla porta del bar nel quale Chris ogni giorno, a meno un quarto alle 8, si siede per attenderla. Si perchè in realtà non ha realmente cognizione di quando accadrà, di quale preciso giorno succederà quell’incontro che potrebbe cambiargli la vita. Purtroppo per Chris però, un’agente dell’FBI (la sempre bravissima Julianne Moore) scopre le sue capacità, e intende sfruttarle per sventare un attacco terroristico (sic!) nucleare.

Film fieramente di genere, Next si inserisce nel filone “basso” dei film tratti da Dick, quello di “Paycheck” o “Screamers“, prodotti quasi più sfruttando l’origine letteraria altisonante che non investendo sul progetto filmico. In altre parole, effetti speciali essenziali (e di certo Next non brilla in questo senso, pur indovinando qualche sequenza, sopratutto nella visualizzazione dei futuri possibili) e sceneggiatura di routine. Non ci prova nemmeno più a trovare qualche sottotesto nella trama. Next è un puro film d’azione di 90 minuti, lineare, che non è nemmeno poi tanto fantascientifico se non nella premessa di base, ma che viene trattato da Tamahori come fosse un sequel della serie di Die Hard. Tanto che la scelta di Nicolas Cage ha quasi senso sotto questo punto di vista.

Ma asciugato delle incisive riflessioni di Dick, tipiche dei suoi scritti così rivelatori sui nostri tempi, il film diventa la solita operazione di routine, in realtà abbastanza riuscito se preso come innocuo pretesto per trascorrere un’ora e mezza di intrattenimento senza pensieri, ma assolutamente insufficiente laddove si cerchi una storia fantasiosa in grado di far riflettere sulle contraddizioni dei nostri tempi (che è poi il fine della vera fantascienza). Di certo però, Next non sarà ricordato né dai fan di Dick, che comunque rimarranno (a ragione) legati alla versione scritta delle sue storie, né da dai fan della fantascienza “a più ampio raggio”, per i quali esistono prodotti migliori sotto tutti i punti di vista, anche rimanendo confinati nello spazio televisivo (e Battlestar Galactica, in questo senso, continua a fare scuola). Guardabile, ma altrettanto facilmente dimenticabile. Dick merita decisamente qualcosa di meglio, anche per quel che riguarda i suoi scritti minori.

[MOVIES] Il Cacciatore di Aquiloni: recensione

Vecchio adagio: rischioso vedere i film tratti dai libri letti. Per quanto si cerchi di “purificare” lo sguardo sgombrando la mente dai ricordi e dalle emozioni della pagina scritta, è inevitabile che le mancanze e i tagli (comunque necessari) non risaltino di più delle scelte indovinate.

Il film di Marc Foster, anche grazie alla sceneggiatura di Marc Benioff (autore del mai troppo lodato “La 25a Ora” di Spike Lee e dell’onesto “Troy“) ha senza ombra di dubbio il merito di aver operato tagli davvero minimi all’opera originale, restituendone la bellezza narrativa. Ma, e anche qui è doveroso sottolineare come il non lettore possa assolutamente ignorare quanto segue, il rimpianto è quello di non aver reso il senso stesso della vicenda: il senso di colpa che affligge e consuma Amir per tutta la sua vita, per il suo tradimento e la sua codardia nei confronti dell’amico fraterno Hassan, nella pellicola, sopratutto nella parentesi americana di metà film, sembra quasi dimenticato. Ne consegue che quando ci sia riallaccia alla telefonata iniziale che ripiompa il protagonista tra le ombre del passato mai espiato, sembra quasi di aver assistito ad una storia diversa, quasi un racconto di rifugiati da una nazione in agonia. Vero, tutto fedele al libro, ma laddove in ogni pagina l’ombra di Hassan si rifiutava di scomparire, nel film viene colpevolmente dimenticato.

La parte conclusiva stessa, momento aulico di riscatto e redenzione, è asciugato quasi del tutto di emozione, sacrificato dalla necessità di comprimere nel tempo a disposizione il resto della storia (allungarne la durata rischiava forse di costringere gli esercenti ad una proiezione serale in meno?). Non mancano scene emozionanti e commoventi (la storia di partenza comunque lo è), ma forse, scegliendo la strada della completezza narrativa a scapito dell’approfondimento dei rapporti tra i personaggi, si rischia di deludere su entrambi i fronti. Chi conosce l’intreccio originale noterà comunque le mancanze, chi invece guarda il film con occhi nuovi potrebbe trovare banali e superficiali alcune scelte di sceneggiatura.

Ma il Cacciatore di Aquiloni, al di la dei confronti con il libro, rimane, nonostante tutto, una pellicola che racconta una bellissima storia, ambientata in un paese, l’Afghanistan, mai così vicino (e così lontano) come in questi anni di triste attualità, ricca di spunti di riflessione e struggente quanto basta. Un’operazione che può dirsi comunque riuscita nonostante necessitasse forse di meno cervello e più cuore, ma che non delude. La ricostruzione storica di Kabul, dai periodi festosi pre-invasione russa, alle macerie e devastazioni della dittatura talebana sono impressionanti. Le sequenze della battaglia degli aquiloni coinvolgono, così come la scelta di non inserire nessun sottotesto filoamericano alla storia (e di questi tempi, è cosa rara).
Da vedere, ma se siete lettori del libro di Hosseini, forse sapete già abbastanza di quanto si debba sapere di questa storia.